La rivincita della carne: i vegetariani non vivono più a lungo

01 febbraio 2016 ore 8:30, Andrea De Angelis
Chi l'ha detto che un vegano vive più a lungo di un carnivoro? O meglio, di un onnivoro? Perché già il fatto di essere etichettati come "carnivori" anziché "onnivori" è scorretto. Mangiare carne, magari un paio di volte a settimana, non vuol dire infatti non mangiare verdure e legumi a volontà, anzi. Detto questo è chiaro che non esiste un derby tra chi mangia tutto (o quasi) e chi no, ci mancherebbe. Però dopo quanto successo lo scorso autunno con la carne rossa, possiamo dire che oggi arriva una piccola rivincita per gli allevatori e per chi proprio alla bistecca non sa rinunciare. 

Non esiste alcuna correlazione tra un consumo di carne moderato e la riduzione dell'aspettativa di vita. Questo il risultato ottenuto dallo studio condotto dall'Università di Oxford. L'analisi - informa una nota di carni sostenibili - ha riguardato le abitudini alimentari e il relativo stato di salute di 60.310 adulti, tra vegetariani, vegani e consumatori di carne del Regno Unito negli ultimi 30 anni, fornendo alcuni dati percentuali sull'associazione tra le loro abitudini alimentari e l'insorgere di malattie. In particolare, dallo studio emerge che non ci sono significative differenze di mortalità tra i diversi gruppi di dieta esaminati: i vegani e vegetariani inglesi non hanno una vita più lunga rispetto a chi mangia carne. Per quanto riguarda le cause di morte, quelle per cancro pancreatico e per malattie respiratorie nei soggetti che consumavano carne con moderazione sono risultate del 30-45% inferiori rispetto a quanto rilevato fra chi ne consumava cinque volte alla settimana. Rispetto a quest'ultimo gruppo, la mortalità per cancro pancreatico e tumori del sistema linfopoietico risulta dimezzata per vegetariani e vegani. La mortalità per tutti i tumori, invece è risultata inferiore solamente del 10% circa in chi non consuma alimenti di origine animale rispetto agli altri gruppi.
Moderazione, all'interno di una dieta varia - osserva Carni Sostenibili - è dunque la parola d'ordine per raggiungere il perfetto equilibrio nutrizionale. Un corretto modello alimentare deve prevedere, infatti, il consumo di tutti gli alimenti, senza nessuna esclusione, proprio perché solo dall'equilibrio si riesce a comporre il difficile mosaico di nutrienti, quotidianamente essenziali, per mantenersi in salute o per la crescita e lo sviluppo.
Occorre inoltre precisare, infine - conclude Carni Sostenibili - che gli studi e le linee guida in questione si riferiscono alle popolazioni britanniche e statunitensi, dove le abitudini alimentari sono diverse da quelle degli italiani. Essendo il consumo di carne in questi Paesi mediamente superiori ai nostri, per la popolazione italiana si può presumere che le conclusioni siano ancora più rassicuranti.

La rivincita della carne: i vegetariani non vivono più a lungo
È dello scorso ottobre lo studio dello Iarc circa il pericolo nel consumo di carni rosse trovando una relazione fra questo alimento e l’insorgenza di tumori del colon retto. Che cos’è lo Iarc? È l'Organizzazione Internazionale per la Ricerca sul Cancro dell'Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità), dunque non certo una voce poco autorevole. Ma dopo le iniziali dichiarazioni sono stati necessari dei chiarimenti anche perché in molti si sono chiesti quale fosse la reale portata del fenomeno. 
Qual è, dunque? A detta degli esperti dello Iarc una porzione da 50 grammi di carne processata mangiata ogni giorno aumenta il rischio di cancro al colon-retto del 18%. Il dottor Kurt Straif dello Iarc, sostiene che per un individuo il rischio di sviluppare cancro al colon-retto a causa del consumo di carne processata rimane comunque basso, aumenta proporzionalmente al consumo di carne. 
Riguardo il paragone con i rischi del fumo, forse più giornalistico che altro, è noto da uno studio del Cancer Research Uk che il fumo incide per l’86% sul cancro ai polmoni, invece solo il 21% dei casi di tumore all’intestino è collegato al consumo di carne. Sul totale dei tumori invece, il fumo incide per il 19% mentre le carni solo per il 3%. Non è dunque scorretto, da parte dello Iarc inserire nella medesima categoria il consumo di tabacco e quello di carni, ma è diverso darne pubblicazione senza specificare la metodologia seguita per la rilevazione. Lo Iarc ha dimenticato di specificare che la sua metodologia è stata quella dell’hazard identification, significa che un agente può causare il cancro, invece con la metodologia del risk assessment si stabilisce quanto un agente è potente nel causare il cancro. 


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