Il bail-in distruggerà il diritto di proprietà?

01 marzo 2016 ore 11:50, intelligo
di Alessandro Corneli

George Orwell ha spiegato che l’imposizione di una neolingua è elemento costitutivo del totalitarismo, che consiste nell’impedire di pensare individualmente e di disporre liberamente di sé e delle proprie cose. I termini della neolingua organizzano il modo di pensare e di comportarsi. Negli ultimi anni, i termini-chiave della neolingua sono pochi: spread, quantitative easing e bail-in, e tutti appartengono tutti all’area economico-semantica di default (fallimento). La situazione fallimentare è quella in cui viene a trovarsi chi non può pagare i debiti contratti ma anche chi non può restituire ai legittimi proprietari i beni che questi gli hanno affidato (non prestato) in custodia. Il primo caso rientra nella categoria delle operazioni a rischio che, evidentemente, possono finire male: è il caso di un’impresa che ha fatto debito per investimenti, e non lo può restituire perché questi non hanno prodotto profitti sufficienti. Ciò, salvo che in presenza di frode, non costituisce reato: si può guadagnare e si può perdere. Il secondo caso, invece, si configura come appropriazione indebita, in quanto l’affidamento del denaro come coinvolgimento surrettizio in operazioni a rischio non previste contrattualmente.

Il bail-in distruggerà il diritto di proprietà?
Il bail-in è il meccanismo escogitato per fare fronte al fallimento di una banca, evitando la crisi sistemica. Esso prevede che a pagare i debiti siano anzitutto, come è normale, gli azionisti della banca (che operano in regime di rischio) e finisce per coinvolgere anche i depositi in conto corrente, garantendo solo quelli fino a 100 mila euro. Ma tra un azionista e un depositante non c’è continuità logica. L’azionista investe il suo denaro in un’operazione a rischio, e precisamente scommette sui buoni risultati dell’impresa-banca che guadagna denaro per mezzo di altro denaro. Il depositante, invece, non ha alcuna intenzione di rischiare il proprio denaro, lo vuole mettere al sicuro e disporne a suo piacimento. Senza che gli venga chiarito, invece, il depositante si trasforma di fatto in un investitore a rischio per il semplice motivo che affida il suo denaro a un’impresa che opera a rischio. Grazie al bail-in, il depositante (o meglio il suo denaro) diventa prigioniero della banca e investitore a rischio suo malgrado (o a sua insaputa?).

Risulta chiaro anche al più sprovveduto che la garanzia sui depositi fino a 100 mila euro è un’operazione psicologica, volta a impedire che i depositanti corrano agli sportelli per ritirare il “loro” denaro. Infatti non c’è denaro liquido sufficiente da restituire poiché i depositi in conto corrente valgono tra gli 800 e i 900 miliardi di euro. Chi, guardando l’estratto conto inviato dalla banca, e controllando che gli accrediti sono stati regolarmente registrati, supponesse che il suo gruzzolo è al sicuro, almeno fino a 100 mila euro, si sbaglierebbe di grosso. Lo è se sono in pochi, pochissimi, a svuotare i conti e portarsi via il contate, ma non lo è se questa operazione coinvolgesse molti o moltissimi.
Lasciando perdere questi scenari catastrofici, guardiamo agli effetti sostanziali del bail-in: con esso è stato abolito il diritto (un tempo definito naturale e inalienabile) di proprietà privata. Chi deposita il “proprio” denaro in banca non lo mette al riparo da ladri e rapinatori, ma lo trasforma in un deposito a rischio di insolvenza della banca stessa perché questa è diventata un’impresa che opera in regime di rischio. Quindi, considerare i depositi come parte della ricchezza privata che funge da garanzia per una parte del debito pubblico è poco più di una trovata pubblicitaria perché gran parte di questi depositi sono solo virtuali, contabilizzati sui computer. Lo stesso vale per la ricchezza privata immobiliare che può funzionare da garanzia solo nel caso in cui possa essere trasformata in liquidità: ma chi è pronto a mettere sul tavolo tremila miliardi di euro? Ne deriva che l’abbattimento del debito non può avvenire con giochi contabili ma solo per due vie: o la drastica riduzione della spesa pubblica, difficilmente sostenibile dal punto di vista politico, almeno da un governo democratico; o un forte aumento della pressione fiscale come aggregato di patrimoniali, spingendo i singoli a svendere i propri immobili. La terza via, classica, della svalutazione è impedita dalla perdita di sovranità monetaria. Per cui continuiamo a viaggiare nell’illusione che il debito sia sostenibile, e possa ancora aumentare (in nome della flessibilità per favorire la crescita), e allo stesso tempo si promette una riduzione della pressione fiscale che, invece, aumenta, poiché la riduzione delle entrate dello Stato è più che compensata dalle entrate degli Enti locali mentre complessivamente si riducono i servizi erogati.

Le banche erano il simbolo del capitalismo, le cittadelle che custodivano il capitale dei privati, la trincea inespugnabile della proprietà privata. L’espressione “mettere in banca” equivaleva a “mettere al sicuro”. Non è più così. Come faranno le banche ad aumentare le proprie riserve di capitale fresco per soddisfare i parametri di sicurezza a mano a mano che i risparmiatori ritirano alla spicciolata i loro depositi e li collocano nelle cassette di sicurezza (presso le banche) o, semplicemente, li trattengono prezzo di sé? Basterà togliere dalla circolazione i pezzi da 500 euro? Oppure dobbiamo ancora affidarci a quell’economia sommersa che, secondo l’ultima valutazione della Cgie di Mestre, vale 211 miliardi di euro e ratifica l’esistenza di un sistema economico italiano non più solo diviso in senso spaziale tra Nord e Sud ma anche stratificato secondo vari livelli di legalità?


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