A chi conviene l’uscita anticipata: donne, statali e autonomi

14 settembre 2016 ore 13:08, Luca Lippi
La questione previdenziale soprattutto riguardo l’Ape sta dividendo il Paese in due fazioni destinate a tenere banco nelle prossime discussioni soprattutto dopo l’incontro politico previsto il 21 ottobre tra Governo e sindacati. Quello, però, che interessa maggiormente gli italiani, e soprattutto i circa 150 mila diretti interessati (da qui ai prossimi tre anni) che sono possessori dei requisiti per aderire all’anticipo pensionistico è:
In sostanza, a chi conviene l’Ape?
Ne abbiamo parlato ampiamente, e quindi diamo per scontato che ormai la struttura del provvedimento sia sufficientemente chiara, prendendo a supporto le affermazioni di Nannicini sottolineiamo un concetto fondamentale, e cioè che l’Ape sarà gratuita per i soggetti disagiati, disoccupati e pensionati ai quali spetterà un assegno fino a 1.200 euro netti.
Per tutti gli altri, raggiunti i limiti imposti dalla riforma Fornero, si dovrà cominciare e restituire il prestito sottoscritto con un taglio di assegno mensile della propria pensione.
Un occhio particolare alla questione di genere che in pochi hanno preso in considerazione e per la quale attendiamo le conclusioni del tavolo previsto il 21 settembre per dare una interpretazione definitiva. Proviamo comunque ad anticiparne i contorni.

A chi conviene l’uscita anticipata: donne, statali e autonomi

Ape o Opzione Donna? Oggi le soglie da raggiungere per la pensione di vecchiaia sono 66 anni e 7 mesi per gli uomini e 65 anni e 7 mesi per le donne (66 anni ed un mese per le lavoratrici autonome). 
Una donna che vuole uscire a 63 anni di fatto può godere di un anticipo massimo di 2,7 anni rispetto ai 3,7 dei colleghi maschi. Tuttavia, le donne potrebbero usufruire meglio di altri dell’Ape. 
Facciamo un esempio per chiariere meglio: una lavoratrice che compie 63 anni nel 2017, avendo collezionato più di 35 anni di contributi (per l’Ape ne servono minimo 20), ha due vie per andare in pensione, l’Ape o (se definita) l’Opzione Donna, se davvero verrà estesa. Immaginando che il suo assegno pensionistico sia di 1.500 euro, quindi non tutelato dal punto di vista dell’Ape, dopo gli anni di anticipo dovrebbe iniziare a restituire il prestito con trattenute del 20%, cioè circa 300 euro al mese. L’alternativa sarebbe l’Opzione Donna che (sulla carta) ricalcola l’intero assegno con il sistema contributivo, il taglio quindi sarebbe del 35/30%, cioè una decurtazione tra i 375 ed i 450 euro mese.
Altri soggetti che potrebbero trarre giovamento dall’Ape sono i disoccupati, i quali in assenza totale di reddito trovano l’Ape l’unica via di fuga da una situazione stagnante e estremamente deprimente.
Una persona a 63 anni che non ha lavoro, anziché aspettare altri 3 anni e 7 mesi per la pensione, potrebbe uscire subito e grazie al meccanismo delle detrazioni fiscali, non ci rimetterebbe niente. È una possibilità offerta dall’Ape a tutte le categorie senza distinzioni di provenienza lavorativa per soggetti in difficoltà e soprattutto a costo zero.
L’estensione dell’Ape a tutti (quindi anche statali e commercianti) fa emergere le differenze che non sono state eliminate nei tavoli fin qui già discussi rispetto ai dipendenti del settore privato. 
Uno statale nato nel 1953, oggi per la pensione dovrà aspettare il 2020, cioè 67 anni compiuti. Con la nuova misura potrà uscire nel 2017, 3 anni prima ma non rientrando tra le categorie sotto tutela fiscale, dal 2020 dovrà fare i conti col taglio di assegno che, se trattasi di pensione netta di 1.500 euro, significherà percepirne solo 1.200, per 20 anni. 
Per gli autonomi nati sempre nel 1953, il problema forse è anche più grave tra contributi versati nella Gestione Separata (dal 1996) e Gestione Commercianti (prima del 1996). Tra aspettativa di vita e regole vigenti, la pensione gli spetterebbe nel 2021. Con l’Ape invece il via è previsto a inizio 2018, ma anche qui senza protezione e senza tutele, anche per assegni da 1.000 euro netti, non risultando disoccupati, percepiranno solo 800 euro di pensione.
Però a nessuno è vietato di svolgere un’altra attività per arrotondare! Qui emergerebbe il problema di occupazione di posizioni professionali e concorrenza ai limiti della slealtà per quanto riguarda i salari, mettendo in concorrenza giovani senza coperture ed esperienza con lavoratori esperti e solo l’esigenza di arrotondare l’assegno di pensione.
Allora la domanda sorge spontanea, ma se un lavoratore vuole andare in pensione prima per smettere di lavorare, perché dovrebbe poi riprendere a lavorare? Dipende dal lavoro, dipende dall’inquadramento, dipende dalle ore dedicate al lavoro e dipende anche da quanta differenza c’è a continuare a lavorare alla luce del giorno o “sommersi”.

autore / Luca Lippi
Luca Lippi
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