Che fine ha fatto la pecora Dolly?

16 giugno 2016 ore 23:59, intelligo
di Anna Paratore

La premessa è necessaria e ci togliamo subito il pensiero: la clonazione umana, allo stato attuale – e per quello che se ne sa – è ufficialmente vietata a livello internazionale. Per fortuna…
La storia che vi raccontiamo oggi potrebbe essere stata tratta da un libro di fantascienza, e invece è reale. Con il trascorrere del tempo è chiaro per tutti che l’intervento genetico può rappresentare il futuro della medicina. Individuare i geni che attivano determinate malattie, e poterli sopprimere prima ancora della nascita, è uno dei tanti traguardi che gli studiosi si sono prefissi e, ci sono pochi dubbi, che prima o poi ci arriveranno.  Ovvio però che questo tipo di studi dia anche il fianco a discorsi etici che non si può e non si devono sottovalutare. Fino a che punto l’uomo può spingersi su questa strada? E’ corretto poter decidere a priori se si vuole un figlio maschio o una femminuccia, se si desidera che sia bionda, o mora, alta o bassa, magrissima o curvy, e via discorrendo? Ma prima ancora, sarebbe corretto clonare un essere umano? E intanto che aspettiamo, che succede con la clonazione?
Era il 1996 quando presso il Roslin Institute, in Scozia, a pochi chilometri da Edimburgo, venne al mondo una pecora destinata a diventare unica nel suo genere. La pecora in questione venne chiamata Dolly in omaggio a Dolly Parton, famosa e prosperosa cantante country. E anche per conto dell’ovino la fama non sarebbe mancata, perché Dolly era un clone.  Per “crearla”  il metodo utilizzato da Ian Wilmut, lo scenziato che lavorò all’esperimento, si avvaleva di una cellula somatica adulta e del trasferimento nucleare di cellule somatiche. In pratica, i nuclei delle cellule che non appartengono alla linea germinale del donatore, vengono trasferiti in cellule embrionali private del proprio nucleo. Da qui l’inizio dello sviluppo del feto tramite induzione elettrica, feto che poi verrà impiantato in una madre surrogata. Un’operazione che a volerla buttare sul ridere, ricorda molto gli esperimenti del Dott. Frankenstein nel divertentissimo film Frankenstein Junior, dove veniva rianimato un cadavere con l’elettricità ricavata da un fulmine.
Nel caso di Dolly, però, in realtà non c’è molto da ridere. Certo è che il clone così creato si trova ad avere ben tre madri: quella che ha fornito il nucleo della cellula non germinale e quindi il corredo del DNA, un’altra pecora che fornisce la cellula che sarà denucleata e un’ultima pecora che sarà la mamma surrogata, praticamente quella che “affitterà” il suo utero per la gestazione. In ogni caso, Dolly sarà il clone solo della prima pecora, e cioè di quella che ha fornito il corredo del DNA, per la precisione in questo caso di un ovino di 6 anni in ottime condizioni di salute.
Come è evidente, la nascita di Dolly suscitò grandissima sensazione negli ambienti scientifici e non solo. Lasciando stare per un attimo le implicazioni etiche, che ci sembrano comunque quelle più serie e coinvolgenti, proviamo a vedere da un punto di vista scientifico cosa significò questa clonazione.  E meraviglia non poco scoprire che al di là di aver dimostrato che si può clonare un mammifero, la nascita di Dolly suscitò più quesiti che risposte. Ad esempio, un gruppo di scienziati nel 1999 ipotizzò che Dolly potesse essere suscettibile di un invecchiamento precoce. Senza entrare nello specifico, l’idea nasceva dal fatto che il materiale genetico da cui era stata  ricavata Dolly apparteneva a una pecora di 6 anni, quindi era ipotizzabile che Dolly avesse alla nascita già un’età di 6 anni. Ed effettivamente, già nel 2002 si riscontrarono su Dolly segni di un invecchiamento precoce come una forma potenzialmente debilitante di artrite, insolita per gli ovini di quell’età.  A queste affermazioni si contrapposero altri scienziati, che fecero notare come fosse impossibile stabilire se il problema di Dolly fosse davvero determinato dalla clonazione o, più semplicemente, Dolly potresse essersi fatta male a una zampa e favorito così lo sviluppo precoce di quel tipo di artrite. 
L’unica cosa su cui la comunità scientifica si dichiarò concorde fu quella di continuare gli esperimenti sulla clonazione, soprattutto riguardo ai cavalli e ai maiali per ottenere organi animali  adatti ad essere trapiantati sugli esseri umani. Tutti sappiamo che c’è una grave carenza di organi da trapiantare, e che cavalli e maiali potrebbero fornire un numero illimitato di organi da utilizzare, ciononostante, per gli animalisti anche questa soluzione appare inaccettabile.  Non ce la sentiamo di dare torto nemmeno a loro,  e ci accontentiamo di sapere che il metodo della clonazione di Dolly ha contribuito allo sviluppo delle biotecnologie e anche alla comprensione dello sviluppo cellulare, il che dal nostro punto di vista non è poco.
Per concludere, che fine ha fatto la pecora Dolly? La poverina fu abbattuta cinque mesi prima del suo settimo compleanno, il 14 febbraio 2003 a causa di complicazioni determinate da una infezione polmonare e anche questa volta sì aprì la diatriba: colpa o no della clonazione? Nessuno ha potuto dare una risposta certa a ciò, ma sicuramente questo tipo di clonazione ha dato impulso all’idea di salvare animali in via di estinzione o, addirittura, recuperare specie già estinte. Ancora di più… dare anche un’opzione per riportare  in vita animali domestici che ci sono stati tanto cari e la morte ha portato via anche se, su questo argomento, ci ha già pensato Stephen King a dipingere scenari terrificanti con il suo Pet’Sematary (Cimitero Vivente 1983).  
Una cosa è sicura: Ian Wilmut, a capo del team che ha creato Dolly, nel 2007 ha annunciato che la tecnica di trasferimento dei nuclei non sarà mai abbastanza efficiente da poter essere utilizzata con gli umani. Perciò tranquillizziamoci, almeno per ora non c’è nessun pericolo di imbatterci in un altro noi stesso da chiudere in garage nell’attesa che ci serva un fegato nuovo. Senza però voler esercitare chiusure eccessive nei confronti del cammino della scienza.

autore / intelligo
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