Parigi, il grande rito dell'ipocrisia è appena iniziato. Cosa dimenticano

16 novembre 2015 ore 15:57, intelligo
Parigi, il grande rito dell'ipocrisia è appena iniziato. Cosa dimenticano
di Anna Paratore

E’ iniziata la “full immersion” del pianto collettivo. E’ la giostra mediatica, la condivisione sui social, la voglia di comparire anche nei momenti più bui, essere interpreti del dolore. 

Inizia con la Torre Eiffel che viene oscurata in segno di lutto. Prosegue con il pianista sconosciuto che si carica sulle spalle la pianola, poi si accampa davanti a uno dei luoghi delle stragi, e dopo aver disegnato un bel segno della pace sul suo strumento, comincia a strimpellare Image di John Lennon. Dopo, visto il successo mediatico della trovata, arriverà anche un violinista, e chissà, magari qualcuno col tamburello e il triccheballacche…

L’operazione si allarga. Vengono colorati come il tricolore francese la porta di Brademburgo, in Germania, e la Statua della Libertà a New York e decine di altri monumenti in tutto il mondo, da Sidney a Gerusalemme, e già così un po’ di coscienza va a posto. E’ poi la volta dei selfie singoli e di gruppo. Ci sono le cinque amiche munite di candela accesa d’ordinanza, che con alle spalle uno dei bistrot colpiti dai terroristi, si sparano la foto da postare sulle pagine Facebook , e quelli che si fotografano coi lumini e i fiori alle spalle sul sangue dei morti. Più in grande c’è la folla che si raccoglie a Londra come a Roma, e che si illumina alla luce dei cellulari mentre tutti intonano la Marsigliese, il più mugolando perché non ne conoscono le parole. Fanno la loro parte anche gli artisti di mezzo mondo, dagli U2 che sospendono i concerti e corrono ad accendere il loro lumino sotto gli occhi dei fotografi, a Madonna che canta la Vie en Rose, probabilmente non immaginando che la Piaf la cantò alla Legione di ritorno in catene a Parigi dopo il putsch di Algeri.

Poi ci sono i video. Molti ragazzi di religione islamica espongono il cartello “not in my name”, e quelli di altre nazionalità invece se la cavano con un “io non ho paura”, quando la cronaca parla di fidanzati che se la danno a gambe sotto il fuoco dei terroristi lasciando indietro a morire la propria donna, e di amici che calpestano i corpi degli amici morti, pur di sfuggire a un atroce destino. Senza considerare qualche disgraziato che pensa bene di sparare due mortaretti nelle vicinanze di una di queste cerimonie collettive per scatenare un fuggi fuggi con scivolata su biglietti ricordo e moccolotti che se non fosse una tragedia ci sarebbe da ridere a crepapelle. Paura ce l’abbiamo, e anche tanta. Un noto blogger ha scritto che è normale, visto che i nostri giovani sono stati cresciuti come polli in batteria, al riparo di tutto quello che si poteva immaginare brutto ma privi di qualsiasi valore morale e culturale, ritenuti forse troppo impegnativi per essere appresi. E si continua così. Una lunga teoria di gente che sfrutta un dramma per la sua fetta di visibilità, per poter dire “io c’ero, mi sono salvato, mi faccio vedere ed esorcizzo anche il panico”.

Naturalmente, come sempre accade in queste circostanze, decine di giornalisti fendono le folle per strappare interviste e commenti, e non ricevono praticamente mai un rifiuto. E, almeno in Italia, gli opinionisti in gara nelle decine di talk in onda h24, non fanno altro che ripetere come di sicuro i terroristi che hanno agito sono islamici nati in Europa, europei di seconda se non addirittura di terza generazione. Il tutto affinché sia chiaro che la massiccia immigrazione che subiamo possa andare avanti indisturbata. E sembrano ignorare che se è davvero come dicono loro, allora la situazione è anche più grave, perché vuol dire che certe persone non si integrano nemmeno se nate tra noi, ma che anzi ci odiano al punto di sacrificare la loro vita pur di distruggerci.

E mentre questa sorta di riti collettivi, chiamateli esorcismi, chiamateli necessari o come vi pare, va avanti, l’ immensa platea di “buoni d’animo” se ne frega dei corpi delle 80 donne massacrate ritrovate a Sinjar dopo che la città è stata riconquistata dai curdi, e anche dei 224 russi dell’Airbus A-330, per i quali nessuno ha fatto fiaccolate o improvvisato concertini. Ora, nell’attesa dell’ennesima “marcia dei potenti”, come quella di Piazza della Repubblica all’epoca di “je suise Charlie”, siamo qui, a leccarci le ferite, a piangere sui morti, a fotografarci mesti. A confortarci tra noi, dicendoci che non passeranno. Fino alla prossima strage.
autore / intelligo
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