Non solo l'intelligenza, ora anche la vita (di un batterio) può essere artificiale

25 marzo 2016 ore 8:15, Micaela Del Monte
Per quanto il termine “vita” si riferisca, in ambito umano, ad una condizione complessa e densa di infinite sfaccettature emotive e psicologiche, da un punto di vista strettamente scientifico sono sufficienti il possesso di un corredo genetico univoco e la capacità di svolgere alcune basilari funzioni metaboliche per denotare pienamente l'espressione.

Accettando il concetto di vita in senso ristretto e rigorosamente biologico, un gruppo di ricercatori facenti capo al e Craig Venter Institute è riuscito nell'intento di dare vita alla prima forma di vita completamente artificiale, realizzata in laboratorio senza l'intervento dei comuni processi riproduttivi che si trovano alla base della genesi di tutte le specie viventi presenti sul pianeta Terra.

Non solo l'intelligenza, ora anche la vita (di un batterio) può essere artificiale
La cellula prodotta in laboratorio si chiama Syn 3.0, ed è stata creata concentrandosi sul Mycoplasma, il batterio che possiede i più piccoli genomi noti fra tutte le cellule in grado di replicarsi in modo autonomo. In particolare, i ricercatori hanno diviso il suo DNA in otto sezioni, ognuna delle quali è stata etichettata in modo da renderla facilmente riconoscibile rispetto alle altre. Hanno quindi cominciato a comporre queste tessere di DNA in centinaia di mosaici genetici diversi, eliminando ogni volta quelle che non avevano un legame con funzioni essenziali alla vita, fino a restringere il campo a 473 geni poi organizzati in un unico genoma. La scoperta arriva dopo un lungo percorso di ricerca durato 20 anni ed apre le porte alla vita artificiale. Il primo traguardo ufficiale è stato tagliato nel 2010 quando sono riusciti a sintetizzare Syn 1.0.

La particolare cellula realizzata “a tavolino” dai ricercatori americani prende il nome di Syn 3.0, possiede un patrimonio cromosomico pari a soli 473 geni ed ha la forma e le funzionalità del tutto simili a quelle presenti in molti organismi unicellulari, come i batteri. Inseguita per oltre 20 anni, la realizzazione di un batterio artificiale si pone come dimostrazione tangibile di quanto risulti possibile a dare vita a strutture viventi relativamente semplici prescindendo dai naturali meccanismi biologici e di quanto l'ingegneria genetica potrebbe giungere un giorno ad adattare climi e ambienti terrestri a proprio piacimento, facendo leva su microrganismi creati ad hoc, ad esempio, per favorire o sfavorire il proliferare di una data coltura.

Lo studio illustrato su Science è frutto di numerosi tentativi condotti dallo stesso Craig Venter, a cui è stato dedicato l'istituto di ricerca e della scoperta di una chiave d'accesso in grado di agire sul Dna fino a scomporlo in elementi più semplici, ma sempre in grado di dare origine alla vita, nella sua accezione più ristretta possibile, si intende.
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