Arabia Saudita, cade il divieto di guida alle donne. Perché è mini svolta

27 settembre 2017 ore 17:06, Americo Mascarucci
Continua la politica riformatrice del sovrano dell'Arabia Saudita re Salman che con un decreto ha concesso alle donne il diritto di guidare l'automobile. Cade così un altro divieto assurdo che di fatto discriminava l'universo femminile saudita, nonostante nel resto del mondo islamico certe restrizioni fossero ormai cadute da tempo. L'annuncio è arrivato dai media di Stato di Riad e, in contemporanea a un evento a Washington legato alla casa saudita. L'ambasciatore di Riad negli Stati Uniti ha commentato in serata: "E' il momento giusto per questo cambiamento perché in Arabia Saudita abbiamo una società giovane e dinamica. Le donne non avranno bisogno del loro 'guardiano' per prendere la patente". 
Naturalmente la notizia è stata accolta molto positivamente in patria. “Questa è una grande vittoria per noi - ha commentato con soddisfazione Latifa Shaalan del Consiglio della Shura ad Al Arabiya - Abbiamo combattuto per decenni su questo tema, e ogni volta ci veniva detto che non era il momento giusto". Le donne saudite per sensibilizzare le autorità avevano nei mesi scorsi inscenato una massiccia protesta sfidando il divieto e mettendosi alla guida. Il sovrano a quanto pare non è rimasto insensibile e dopo aver concesso alle donne anche l'ingresso negli stadi, ora è arrivato anche il diritto di guidare l'automobile. Che non sarà immediata. Dovranno passare almeno neve mesi prima del rilascio delle patenti e dunque della possibilità per le prime donne di mettersi al volante.
Arabia Saudita, cade il divieto di guida alle donne. Perché è mini svolta

PENA DI MORTE E TORTURE
Tuttavia il problema della violazione dei diritti umani in Arabia Saudita non può essere considerato risolto permettendo alle donne di guidare l'automobile o di andare allo stadio. I diritti umani infatti nel Paese continuano a rimanere un tabù se si pensa che l'Arabia Saudita è uno di quegli stati in cui le corti continuano a imporre punizioni corporali, inclusa l'amputazione delle mani e dei piedi per i ladri e la fustigazione per alcuni crimini come la "cattiva condotta sessuale" e l'ubriachezza. Il numero di frustate non è chiaramente previsto dalla legge e varia a discrezione del giudice, da alcune dozzine a parecchie migliaia, inflitte generalmente lungo un periodo di settimane o di mesi. La persona che dà le frustate deve tenere un Corano sotto l'ascella del braccio con cui utilizza la frusta, in modo da limitare la potenza del colpo. L'Arabia Saudita è anche uno dei paesi in cui si applica la pena di morte, incluse le esecuzioni pubbliche effettuate tramite decapitazione. Alcune persone sono giustiziate in prigione tramite fucilazione.

LIBERTA' RELIGIOSA
Ma non è tutto. L'Arabia Saudita proibisce il lavoro dei missionari di tutte le religioni tranne che dell'Islam. Ufficialmente tutte le religioni tranne l'Islam sono vietate e le chiese proibite. Non ufficialmente il governo permette che gli operai stranieri siano cristiani, che i cristiani stranieri possano praticare il culto nelle loro case o persino in posti riservati nelle scuole locali, a condizione che non si parli di ciò in pubblico. Questo è un grado di tolleranza ufficiosa che non è concesso al giudaismo o all'ateismo.
In teoria, il governo può cercare nelle case di chiunque e arrestare o deportare i lavoratori stranieri che possiedono icone o simboli religiosi, come ad esempio la Bibbia o il rosario. Tuttavia, questo non è fatto generalmente sui componenti dell'Aramco e la politica più comune per i cristiani stranieri è simile alla vecchia politica delle forze armate degli Stati Uniti nei confronti degli omosessuali (Non chiedere, non dire). Il governo tollera la presenza degli operai cristiani finché rimane discreta e occulta.
"La libertà religiosa non esiste", ha dichiarato il Dipartimento di Stato degli USA nel rapporto 1997 sui diritti umani nell'Arabia Saudita. "L'Islam è la religione ufficiale e tutti i cittadini devono essere musulmani. Il governo proibisce la pratica pubblica di altre religioni". 

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