Faida Le Pen e la rabbia della vecchia guardia. Come accadde a Fiuggi

05 maggio 2015, Americo Mascarucci
“Spero che Marine perda il cognome di famiglia il prima possibile”. 

Incredibile pensare che a pronunciare certe frasi possa essere stato l’anziano leader dell’estrema destra francese Jean Marie Le Pen nei confronti della figlia Marine colpevole di aver preso in mano il Fronte National francese e aver “richiamato” il padre all’ordine. 

Faida Le Pen e la rabbia della vecchia guardia. Come accadde a Fiuggi
Un po’ quello che avvenne a Gianfranco Fini nel 1995 quando con la svolta di Fiuggi decise di archiviare la stagione del Movimento Sociale Italiano
dando vita ad una destra moderna e democratica. 

Fu inevitabile quel passaggio, così come necessario fu rompere i ponti con un’idea di destra italiana che traeva le sue radici nell’esperienza del fascismo e della Repubblica di Salò. Anche allora contro Fini si scagliò la rabbia della vecchia guardia, di coloro che gridarono al tradimento e alla rinnegazione della propria identità. 

Ma la svolta di Fiuggi fu e resta un fatto storico. Ciò che avvenne dopo è certamente discutibile se si pensa che oggi in Italia non esiste più un’area di destra competitiva, ma soltanto piccole sigle che combattono per la sopravvivenza (vedi i Fratelli d’Italia). 

Oggi a Marine Le Pen tocca lo stesso amaro destino ma qui non si tratta di fare i conti con i nostalgici del ventennio, bensì con una faida tutta familiare, una figlia che caccia il proprio padre dal partito, e questo che in pubblico la disconosce come figlia. La faida politica diventa così faida personale o peggio familiare, capace di andare oltre gli affetti più profondi; e cosa può esservi di più profondo dell’amore di un padre per una figlia e di una figlia per un padre? 

Eppure Marine Le Pen sembrava proprio l’erede naturale di quel padre che nonostante il carattere estremistico della sua destra aveva sfiorato persino l’elezione alla Presidenza della Repubblica, scalzando i socialisti e sfidando testa a testa l’ex presidente Chirac. 

Ma in politica è normale che i figli divorino i padri, che prima o poi si liberino della loro ingombrante figura, che cerchino di dissociarsi dal fantasma di chi ti considera una sua creatura. E’ successo ai grandi leader che si sono visti traditi e spesso pugnalati alle spalle dai propri pupilli; i quali però erano al massimo figliocci politici o legati da vincoli parentali indiretti; difficile che a “far fuori” politicamente il padre fosse la figlia naturale oltre che figlioccia politica. 

Ma Marine Le Pen ha dimostrato di saper camminare con le proprie gambe e di non aver bisogno né di padri, né di padrini politici. Ancora di più se quel padre oltre che essere ormai “politicamente vecchio” rappresentando un’idea di destra datata, ha la presunzione di continuare a parlare da leader dettando la linea ad un partito che ormai non è più suo ma di chi, legittimamente e con il consenso degli elettori ,ne ha assunto la guida. Viene da ridere in Italia a sentire Silvio Berlusconi urlare contro i vari Fitto o Verdini che osano ribellarsi ai suoi diktat, appellandosi ad un senso di gratitudine che a suo giudizio dovrebbe essere eterno. 

Quale miglior senso di gratitudine dovrebbe legare una figlia al proprio padre? Ma gli affetti sono uno casa, la politica è un’altra e Marine Le Pen nel momento in cui ha assunto la guida del Front National portandolo a diventare un punto di riferimento per la destra europea, ha assunto una responsabilità di fronte a migliaia di elettori; la responsabilità di non tradire le proprie idee e soprattutto di non perdere la fiducia acquisita. L’interesse del leader politico non può che venire prima dell’affetto familiare. Sembra triste dirlo ma purtroppo è così. 

Marine ha “scomunicato” il padre privandolo del diritto di parlare a nome e per conto del Front National e questo per tutta risposta nelle ultime ore sembra averla ripudiata come figlia. E questo dopo che l’anziano leader è tornato per l’ennesima volta ad elogiare la figura del maresciallo Petain, l’uomo che accettò di collaborare con i nazisti dando vita alla Repubblica di Vichy e ha tentato ancora una volta di negare il fenomeno dell’olocausto. 

Posizioni inaccettabili che rischiano di vanificare i progressi e i consensi ottenuti negli ultimi anni dal Fronte. Consensi ottenuti puntando sulla difesa dell’identità nazionale, sul contrasto all’immigrazione clandestina, sulla difesa delle tradizioni e soprattutto su un’idea di Europa dei popoli non della finanza. Una destra che ha rotto ormai da tempo i ponti con il passato, con il razzismo, l’antisemitismo, il legame con quella destra figlia diretta del maresciallo Petain e dunque alternativa alla destra democratica di Charle De Gaulle. Un dramma familiare certamente doloroso ma inevitabile per chi come marine Le Pen guarda al futuro senza voltarsi troppo all’indietro, che non si sente in dovere di rinnegare nulla ma è consapevole di non poter fare a cazzotti con il giudizio della storia che ha stabilito chiaramente oneri, onori e responsabilità. 
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