Bersani Vs bersaniani? "Sbaglia chi lascia il Pd". Ma ci sono i suoi

06 novembre 2015 ore 14:29, Americo Mascarucci
"Chi lascia il Pd sbaglia". 

L’ex segretario Pierluigi Bersani sembra smentire così le voci di quanti nelle ultime ore stanno dando per ormai imminente un suo addio al Pd. Proposito questo che non sarebbe affatto nelle intenzione di Bersani il quale, pur criticando la gestione del partito da parte di Renzi, definisce sbagliate le fuoriuscite dei dissidenti e la decisione di costruire nuovi soggetti a sinistra.  

Intervistato da Repubblica l’ex ministro e mancato premier spiega: "Con Fassina e D'Attorre siamo d'accordo su ciò che serve all'Italia. Non serve un partito neocentrista. Loro escono dicendo che vogliono costruire un nuovo centrosinistra. Ma dove? Senza il Pd il centrosinistra non lo fai più. Se il Pd fosse irrecuperabile, quella prospettiva verrebbe cancellata, punto. E se è così la nostra gente va prima da Grillo che nella sinistra nascente.  Non lo dico con inimicizia, anzi spero che ci ritroveremo. Ma la penso così. E non credo che la sinistra nel Pd sia una ridotta indiana”

Insomma per Bersani la lotta va fatta all’interno del partito, provando a cambiare le cose da dentro, proponendo un’alternativa di sinistra nella grande casa del Pd dove possono coabitare posizioni diverse. 
E lui del progetto renziano di costruzione del Partito della Nazione non condivide proprio nulla: "Dare un profilo al partito è importantissimo – spiega ancora -  Lui (Renzi ndr.) pensa di rafforzarsi pescando qua e là, per me è il contrario. Più sei senza identità, più il tuo consenso è contendibile. Penso per esempio all'idea della Lorenzin: a Roma un bel patto trasversale dal Pd a Forza Italia intorno a Marchini. La via maestra per la vittoria dei 5stelle". 

Chi sbaglia se ne va dunque, ma sbaglia anche chi, anziché frenare le emorragie sembrerebbe incentivarle. "Riconosco che la nostra posizione debba essere più netta, più visibile – attacca ancora Bersani _ ma credo che l'alternativa noi dobbiamo costruirla nel Pd. Non sarò io, ovviamente. Sarà un altro e vedremo chi. L'alternativa è un Pd che non ammaina la sua bandiera, che non fa il partito della Nazione, che costruisce il centrosinistra ulivista, civico, riformista, moderno. Non sono contento, come invece sembra essere Renzi, del fatto che parecchi escano. In loro c'è un pezzo di forza del Pd”. 

A questo punto però verrebbe spontaneo chiedersi con chi Bersani sia convinto di poter portare avanti nel Pd la battaglia per riconquistare la guida del partito e magari, in un futuro non molto prossimo, provare a mettere in minoranza Renzi e i suoi. 

Fassina se ne è andato e con lui Mineo, D’Attorre, Civati, tutti personaggi che in qualche misura potevano contribuire a fare da argine al renzismo. Se ne sono andati dopo aver preso atto che cambiare il Pd dall’interno era impresa più che ardua, impossibile. 

Con Bersani nel Pd continuano a restare i vari Gotor, Speranza, Cuperlo, la Moretti, Rosy Bindi ma il loro peso appare ogni giorno sempre più ridotto ai minimi termini, ancora di più dopo il fallimento di Bersani come leader del partito e come candidato premier. 

Alla fine insomma la riserva indiana rischia di non essere tanto quella dei fuoriusciti pronti a costruire il nuovo soggetto della sinistra, ma proprio quella di Bersani e quanti come lui sembrano ostinarsi a restare in un partito dove sono considerati ogni giorno di più ospiti indesiderati. 

A meno che l'obiettivo di Bersani non sia proprio quello di resistere, resistere, resistere come su di una irrinunciabile linea del Piave, per non dare a Renzi il pretesto per dire: "finalmente se ne è andato". 
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