Mamma gay contro la banca del seme: "era nero"

08 settembre 2015, Americo Mascarucci
Mamma gay contro la banca del seme: 'era nero'
 Uno scambio di provette e zac! “Il melone è uscito bianco ma con chi la vuoi piglià” recitava il verso di una celebre canzone; in questo caso però l’oggetto del contendere non è un melone bensì un bambino, anzi una bambina, che una coppia lesbica ha ottenuto ricorrendo alla banca del seme

E’ accaduto nell’Ohio dove per uno scambio di provette la coppia gay si è vista “recapitare” una bambina afro-americana (pensate un po’ come il presidente degli Stati Uniti!). 

Ad ogni modo la coppia in questione ha fatto causa alla banca del seme chiedendo un risarcimento di 50mila dollari. 

“La bambina è sana” rispondono però dall’istituto, quindi parafrasando si può dire che “pur scambiando il colore, il prodotto è perfetto”. E il giudice almeno per ora ha dato ragione alla tesi avanzata dai legali della “banca fornitrice”, anche se la battaglia non è definitivamente conclusa. Andiamo per ordine. Dunque, due donne gay desiderano avere un figlio e si rivolgono alla banca del seme. Qui però, a causa di uno scambio di provette dovuto al numero, invece dello sperma di un donatore caucasico, alle donne è stata consegnata la fialetta di un donatore afro-americano. 

E così è nata una bimba nera, che oggi ha tre anni. La coppia lesbica dell’Ohio ha fatto causa alla banca del seme, la Midwest Sperm Bank alla quale ha chiesto un risarcimento di 50 mila dollari. Risarcimento che, almeno in primo grado, non le è stato riconosciuto anche perché l’istituto, accortasi dell’errore determinato dal fatto che in assenza di un registro digitalizzato le fialette vengono ordinate con numeri scritti a penna, aveva già provveduto comunque a versare alla coppia un indennizzo parziale. Sconcertante tuttavia la motivazione alla base della richiesta risarcitoria. Una delle due donne ha raccontato che la sua famiglia è razzista, che la spinge anche a nascondere i suoi orientamenti sessuali in pubblico. «Tagliare i capelli a mia figlia è uno stress - è scritto nella querela - perché per un taglio decente devo andare in un quartiere nero, lontano da dove vivo, dove almeno in apparenza non siamo i benvenuti». 

Mamma mia, che problema! La coppia teme inoltre che la bimba, quando andrà a scuola, sarà l’unica alunna non bianca e che questo potrà portare a discriminazioni. Per carità, dal punto di vista giuridico e contrattuale può darsi pure che le due donne abbiano ragione (un’altra udienza è prevista nel mese di dicembre), ma dal punto di vista etico-morale, ma aggiungiamo anche umano, questa storia fa letteralmente rabbrividire. 

Perché dimostra chiaramente la totale assenza di vero amore materno. 

Appare evidente come nel caso in questione il figlio altro non sia che un semplice oggetto di desiderio, da scegliere come si sceglie un’auto nuova, andando alla ricerca della marca di produzione migliore (in questo caso il donatore del seme), il colore, lo stato di salute ecc. E se poi per un errore, deprecabile quanto volete, il figlio non è propriamente come si desiderava, ecco che lo stesso diventa un problema. 

In questo caso la bambina è sana, non ha malformazioni, né malattie genetiche, cambia soltanto il colore della pelle; e allora ecco che, anziché crescere quella figlia con la stessa cura e lo stesso affetto che si sarebbe dato ad un figlio bianco, affrontando e superando le eventuali difficoltà legate al colore della pelle, scatta il “rifiuto” sulla base di preconcetti e considerazioni a dir poco assurde; le difficoltà nel taglio dei capelli, le possibili discriminazioni a scuola, il razzismo della famiglia. 

Pensate un po’ come potrà sentirsi quella povera creatura quando, diventata grande, verrà a sapere, oltre che di avere due madri perché cresciuta in una famiglia gay, che la coppia ha pure fatto causa alla banca del seme perché non voleva lei ma un altro tipo di prodotto, pardon di bambino. A proposito di discriminazioni! La coppia lesbica si preoccupa preventivamente di come potrebbe essere accolta a scuola una bimba di colore in un istituto frequentato da soli bianchi; stranamente però non ha pensato a come quella bimba, o qualsiasi altro figlio, bello, bianco e con gli occhi azzurri cresciuto da genitori dello stesso sesso, possa essere considerato dai compagni cresciuti contrariamente in una famiglia naturale? Non è questo egoismo allo stato puro? Non hanno pensato alle discriminazioni cui può essere esposto un figlio “vittima” del desiderio di avere ad ogni costo un bambino contro ogni regola e principio naturale? Ma questi sono discorsi politicamente scorretti e il razzismo qualche volta, come in questo caso, può pure tornare utile.
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