Tutti voglion fare Umbria Jazz: dove sentirlo anche in basilica

10 luglio 2016 ore 12:53, Andrea De Angelis
All'inizio era un tentativo. Nell'Italia degli anni '70 portare il Jazz in una delle sue regioni più piccole non fu affatto scontato. Poi sorprese il successo di pubblico ed oggi, senza dubbio, si tratta di una delle certezze musicali più apprezzate a livello nazionale (e non solo, ovviamente). 

Parliamo dell'Umbria Jazz, giunto alla 43° edizione. Oggi siamo al terzo dei dieci giorni di eventi (si concluderà il 17 luglio), con un programma davvero ricco che presenta oltre 240 iniziative. I luoghi interessati sono almeno sette: i teatri Morlacchi e Pavone, la Galleria nazionale dell’Umbria, Santa Giuliana,  la basilica di San Pietro, e, per i live gratuiti, piazza Garibaldi e la Bottega del vino. Tutte strade ben conosciute agli amanti del Festival umbro. 
L'apertura è stata affidata a un fuoriclasse assoluto del palcoscenico come Massimo Ranieri. Accanto a lui Enrico Rava, Rita Marcotulli, Stefano Di Battista, Riccardo Fioravanti e Stefano Bagnoli accanto per Malìa-Napoli 1950-1960, con una dedica particolare al grandissimo Renato Carosone. 
Nel ricchissimo programma, consultabile online al sito ufficiale del Festival, spicca il "ritorno" della Basilica di San Pietro. Recuperata al festival dopo anni, la bellissima basilica benedettina accoglie due concerti di raccolto, cameristico appeal. Il primo giorno, per la sezione “Round Midnight”, c'è stata la tromba di Paolo Fresu con il coro A Filetta. Giovedì 14 alle ore 18 andrà invece in scena un altro progetto di Fresu che ha liberamente arrangiato, insieme a Di Bonaventura (con loro suonano Michele Rabbia, Marco Bardoscia e l’Orchestra da camera di Perugia), il duecentesco Laudario di Cortona.

Tutti voglion fare Umbria Jazz: dove sentirlo anche in basilica
"Qui si esibiscono solo i migliori". A dirlo fu Renzo Arbore lo scorso anno.
Di strada in effetti ne è stata fatta tanto da quel 1973 quando si debuttò in quel di Terni (in particolare al teatro naturale di Villalago di Piediluco). Poi, però, subito le prime difficoltà. L'edizione del 1976 vide calcare le scene George Coleman, Art Blakey e Dizzy Gillespie. In questo periodo in Umbria arriva moltissima gente e una parte del pubblico, fortemente politicizzata, tende a creare problematiche di vario tipo: in Italia sono i cosiddetti "anni di piombo". Neanche la musica si salvò: vengono fischiati grandi artisti come Chet Baker e Stan Getz, bianchi e borghesi. Altrettanto acceso, ovviamente, fu il confronto fra le forze politiche locali e negli ambienti culturali. Per non rischiare, gli organizzatori annullarono l'edizione del 1977.
Dopo molte polemiche, nel 1978 si tornò a riorganizzare il festival, con una formula che cerca di limitare invano l'afflusso di spettatori: ogni sera andarono in scena due concerti in altrettante città. Il festival di conseguenza divenne poco gestibile. All'edizione del 1978 non ne seguirono altre fino al 1982. Serviva una pausa di riflessione.
Poi la rinascita e quel successo inarrestabile che ha varcato il confine del nuovo millennio e sembra non dover finire più.






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