Fattore "p...", Concia (Pd): “Noi donne di sinistra ..."

01 febbraio 2014 ore 8:48, Lucia Bigozzi
Fattore 'p...', Concia (Pd): “Noi donne di sinistra ...'
Parla da “donna libera” anche se consapevole che “con questa intervista gli insulti nei miei confronti continueranno. Io dico quello che penso, voglio essere libera, gli insulti non mi hanno mai fermata e la mia storia parla per me”. Anna Paola Concia, un vita in prima linea dentro e fuori il parlamento per i diritti delle persone – gay e etero -, nella conversazione con Intelligonews analizza il caso degli insulti sessisti di De Rosa, parlamentare grillino, alle sette deputate Pd. Lo fa da sinistra ma senza lo stereotipo di superiorità morale che nel suo partito ha in parte condizionato il dibattito politico degli ultimi vent’anni. E cita un precedente che tira in ballo Beppe Grillo…
Onorevole Concia, ci risiamo: le donne sono solo “pompinare”? «Sono convinta che quanto sta accadendo sia pianificato; che ci sia una coincidenza tra l’accelerazione sulla legge elettorale e l’escalation grillina anti-sistema». In che senso? «I grillini si sentono un po’ messi all’angolo nel momento in cui la politica comincia a dare risposte grazie a Renzi, a tutto il Pd, che si sta impegnando moltissimo per passare finalmente dalle parole ai fatti. L’accelerazione rispetto a una politica ferma al palo sulla legge elettorale ha trovato i grillini sguarniti di argomenti. Quindi hanno adottato una strategia assolutamente pianificata, anche perché nel movimento decidono tutto Grillo e Casaleggio». Ma perché ricorrere al solito stereotipo sessista? «Perché questo è il livello. Andrea Scanzi, considerato il giornalista di riferimento del Movimento stamani sul Fatto Quotidiano ha pubblicato un articolo dove chiama l’Italicum ‘troiaium’. Questo è il linguaggio, ma sappiamo che dietro il linguaggio c’è un’idea, ci siamo noi. Un livello tale di scadimento che non è solo dei grillini ma che nel nostro paese è molto diffuso e per me assolutamente inaccettabile». Cosa c’è dietro? Un retaggio culturale? «Il nostro è un paese machista, misogino nel quale viene usata questa modalità di linguaggio in particolare nei confronti delle donne che si espongono, in politica ma anche in altri settori. Un retaggio culturale vecchio che finora non è stato contrastato efficacemente ed è entrato nel senso comune. Nel caso degli insulti alle deputate del Pd mi ha colpito anche un altro aspetto…». Quale? «Il fatto che quel parlamentare sia giovane, e questo è molto grave perché si pensa di poterlo dire. Ricordo un episodio che dimostra come per Grillo non sia la prima volta. Risale al 2009 o 2010 quando ero parlamentare: Grillo venne in Senato e disse che il Senato era “pieno di troie”. Io insieme a poche altre colleghe, la Mussolini e la Buongiorno, lo denunciammo e per questo fummo riempite di insulti, una cosa pazzesca… solo perché ci eravamo permesse di dire che quello era un linguaggio offensivo in generale e in particolare offendeva le donne che stanno in parlamento e rappresentano tutte le donne. Per questo oggi non mi sorprendo più di tanto, perché il capo dei 5Stelle è misogino, come del resto molti uomini politici». Però insulti di questo genere negli anni se li sono beccati molto di più le donne di destra, le berlusconiane, rispetto a quelle di sinistra. Perché secondo lei? «Le donne di destra impegnate in politica sono sempre state additate in questo modo. E se tu sdogani questa possibilità arrivi al punto che oggi tocca e me domani a te. Ed è questa la cosa drammatica: era vergognoso allora come oggi ma il punto è che io sono coerente e quando sono state oggetto di insulti le donne di destra, io ho sempre detto guardate che è intollerabile, non è che se sono nostre avversarie politiche ci si può rivolgere loro così, e questo al di là dei fatti personali. Ricordo che fummo in poche ad evidenziare questo aspetto. E ho sempre denunciato la gravità di questa cosa quando colpivano le donne di sinistra: qui non c’è colore politico che tenga…». Le donne di sinistra però sono state sempre un po’ freddine a proposito di insulti alle colleghe di destra, quasi come se ci fosse un ‘insulto politicamente corretto’, salvo poi scoprire di fronte all’ennesimo caso, che l’insulto sessista non ha colore politico. «Per me certi comportamenti vanno al di là delle appartenenze politiche e questa mia consapevolezza e coerenza l’ho anche pagata. Oggi tutto ciò mi sta dando ragione perché è stato lasciato passare: queste cose non sono state contrastate efficacemente. Io non ho mai fatto strumentalizzazione e non ho mai usato queste cose a fini politici. La cultura di un paese appartiene a tutti: ci sono dei principi fondamentali che tutti dobbiamo condividere. Per me è gravissimo, oggi come allora, e mi preoccupa molto che a farlo siano ragazzi giovanissimi». Lei è impegnata in prima linea e da anni per i diritti delle persone, gay ed etero, ma non trova che anche questa sia una forma di discriminazione? «Vorrei costruire un paese migliore per tutti. Io vengo insultata tutti i giorni sui Social. E le dico: attenzione a pensare che esista il popolo della Rete; questo ragazzo ha insultato personalmente, non sulla Rete. Mi preoccupa molto lo scadimento di civiltà nel linguaggio e quando accade dentro le istituzioni è ancora più devastante perché ho grandissimo rispetto delle istituzioni, per me hanno una grande funzione, un grande valore e anche un dovere educativo». Non so se tecnicamente è possibile ma visto che al Senato è in discussione la legge sull’omofobia, perché non proporre un capitolo sulla discriminazione sessista nei confronti delle donne? «Le leggi per punire questi comportamenti ci sono. Il parlamentare grillino è stato denunciato e risponderà della sua condotta davanti a un tribunale e a un giudice e mi auguro venga condannato. Le leggi ci sono ma ci dobbiamo interrogare profondamente su quello che siamo diventati. Il tasso di civiltà di questo paese è messo a rischio e non è un problema di legge, parte da dovunque, dalla famiglia, la scuola, i mass media, i Social, il parlamento: è un lavoro di ricostruzione che va fatto in profondità». Si parla tanto di parità di genere, ma a che punto siamo in Italia? «Siamo a un punto molto basso e c’è un problema in più che riguarda il rapporto tra potere e sesso: guardi cosa è successo in Abruzzo… C’è anche questa componente che denota un valore misogeno nei confronti delle donne per cui ci si sente autorizzati a dire e pensare che se una donna sta in determinate posizioni allora chissà come e perché ci è arrivata. Non è così: con la stessa logica potrei dire che il vendere se stessi è una cosa che gli uomini fanno abitualmente in ogni luogo e situazione, ma il punto drammatico è che sulle donne c’è una sorta di autorizzazione a pensarlo e a dirlo». Eppoi c’è il gesto del questore Dambruoso nei confronti della deputata grillina Lupo. Come lo valuta? «E’ un gesto altrettanto grave che va stigmatizzato. Dambruoso si è fatto prendere da una situazione violenta. C’è un dato complessivo che lascio come riflessione per tutti: quando muore la politica come accaduto in Commissione Giustizia e nell’Aula della Camera, quando muoiono le parole, il dialogo, e il parlamento diventa una caserma o un campo di battaglia fisico e del linguaggio, le prime a rimetterci sono le donne».
autore / Lucia Bigozzi
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