Natuzza e quel santuario realizzato con il contributo della mafia...

10 dicembre 2013 ore 10:50, Americo Mascarucci
Natuzza e quel santuario realizzato con il contributo della mafia...
No, non c’è nulla da meravigliarsi se un santuario è stato realizzato con il “contributo” della mafia. Può sembrare assurdo, e certamente lo è, ma incredibile fino ad un certo punto se si considera che in quelPaese, qualche anno fa, un autorevole ministro delle Infrastrutture dichiarò, a proposito del rischio di infiltrazioni della criminalità nei grandi appalti, che con la mafia si doveva convivere.
E’ accaduto in Calabria, in provincia di Vibo Valenzia, dove ha sede il santuario dedicato a Natuzza Evolo, la mistica con le stigmate morta nel 2009 in odore di santità, ma che padre Agostino Gemelli considerava isterica al pari di Padre Pio da Pietrelcina. La magistratura ha accertato che il calcestruzzo utilizzato per la costruzione del santuario, è stato fornito da una ditta malavitosa. Il sacerdote che è stato per anni il confessore di Natuzza e che oggi presiede la congregazione religiosa creata ad hoc per celebrare la mistica e promuoverne il culto, ha ammesso davanti agli inquirenti di essersi rivolto alla ditta suddetta dietro suggerimento di un boss della ‘ndrangheta. Il parroco ha riferito inoltre di aver voluto assecondare il “consiglio” del boss acquistando il calcestruzzo dall’impresa incriminata, per garantire al santuario una “tutela ambientale”. Il che tradotto può voler dire: per evitare ritorsioni che avrebbero potuto rallentare la realizzazione dell’opera, ho preferito far contenta la mafia che mi ha così lasciato in pace, permettendomi di portare a termine i lavori. E’ accettabile un discorso del genere? Non entriamo nell’ambito giudiziario e non ci interessa sapere se i fatti contestati al sacerdote possano o meno rivestire rilevanza penale; dal punto di vista etico morale però il problema ci sta tutto e pesa come un macigno su quel santuario, elevato per celebrare nei secoli futuri la memoria di Natuzza. Si dirà che il fine giustifica i mezzi e che tutto sommato il sacerdote ha agito a fin di bene. E invece no, perché se per conseguire un bene si utilizzano mezzi sbagliati, si aiuta soltanto il male a progredire. Papa Francesco recentemente ci ha ricordato che alle buone azioni devono seguire i fatti. Ci ha spiegato che, se uno offre sostanziose elargizioni alla Chiesa ma quelle elargizioni sono il frutto di ruberie, truffe o altre azioni poco lecite, quel denaro resta sporco indipendentemente dall’utilizzo che se ne fa, e chi lo offre rimane un cattivo cristiano, se dopo aver donato quei soldi continua a vivere disonestamente. E se chi lo riceve è al corrente della provenienza del denaro, accettandolo non rende un buon servizio a Dio, perché il bene non può mai derivare dal male. Parole ineccepibili che possono essere ritagliate su misura per il caso in questione. Il confessore di Natuzza sapeva perfettamente che il calcestruzzo sarebbe stato fornito da una ditta mafiosa e anzi, proprio la natura dell’impresa, lo ho convinto ad esaudire i desideri del boss per aver quella “tutela ambientale” che rischiava di venire meno se avesse declinato l’invito. E allora, con tutto il rispetto per la figura di Natuzza, la cui presunta santità (è stata avviata la fase diocesana per la beatificazione) non è certo messa in discussione da questa vicenda, il sacerdote che si è piegato ai voleri della criminalità, non soltanto ha sbagliato, ma appare immeritevole di qualsiasi attenuante. Nel tentativo di rendere un grande servigio a Natuzza, ha finito con l’infangarne la memoria.  
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