Sigonella: nella partita a scacchi tra Oriente e Occidente fu Spadolini a dare il “matto”?

11 ottobre 2013 ore 11:05, Americo Mascarucci
Sigonella: nella partita a scacchi tra Oriente e Occidente fu Spadolini a dare il “matto”?
Correva l’anno 1985 e proprio in questi giorni, fra il 10 e il 12 ottobre, si consumò la rottura fra Italia e Stati Uniti per la nota vicenda di Sigonella. Presidente del Consiglio dei ministri era all’epoca Bettino Craxi, mentre alla Casa Bianca sedeva quello che la storia, non a torto, ha giudicato essere stato fra i migliori presidenti dell’America, Ronald Reagan.
La crisi di Sigonella, dal nome della base aerea situata in Sicilia, ruotò intorno al destino dei terroristi palestinesi che il 7 ottobre avevano sequestrato la nave da crociera italiana Achille Lauro mentre navigava nelle acque egiziane ed avevano ucciso il cittadino ebreo americano, per giunta paraplegico, Leon Klinghoffer. Dopo una serie di vicissitudini diplomatiche che videro il governo italiano impegnato in serrate trattative con il leader dell’Olp Yasser Arafat, che si dichiarò dal primo istante estraneo all’operazione i sequestratori, dopo aver minacciato l’uccisione di un ostaggio ogni mezz’ora qualora non fosse stato loro garantito lo sbarco in un porto amico, rinunciarono all’azione non senza aver prima ucciso il povero Klingoffer. Intervenne infatti Abu Abbas, il capo della fazione filo-siriana e più radicale dell’Olp, che ottenne dalle autorità egiziane il trasferimento dei terroristi in un paese arabo. Mentre venivano trasferiti verso la Tunisia, l’aereo fu intercettato e catturato dall’aviazione statunitense che obbligò i piloti ad atterrare presso la base di Sigonella. E qui si sviluppò l’incidente diplomatico. L’Italia si oppose all’arresto dei banditi e al loro trasferimento negli Stati Uniti. Craxi sostenne che fosse competenza dell’Italia giudicare i sequestratori, perché i reati erano stati commessi a bordo di una nave italiana e quindi in territorio italiano. Nacque un braccio di ferro con Reagan che durò diverse ore e che raggiunse l’apice della tensione quando gli americani, con un atto di forza, tentarono di impadronirsi dell’aereo sfiorando lo scontro armato con i militari italiani, concentrati in gran numero nella base. Gli Usa alla fine rinunciarono al proposito lasciando i terroristi alle autorità italiane. Reagan si scagliò con forza contro il premier Craxi ed il ministro degli Esteri Giulio Andreotti annunciando la rottura delle relazioni diplomatiche con l’Italia. Craxi dovette pure fronteggiare in casa l’inevitabile crisi di governo; il ministro della Difesa Giovanni Spadolini rassegnò le dimissioni per protesta contro la deriva filo islamica ed anti-israeliana dell’esecutivo ed il Partito Repubblicano uscì dall’area di governo (in compenso Craxi ebbe l’appoggio dei comunisti). La crisi diplomatica con gli Usa rientrò qualche tempo dopo, Craxi volò in America, incontrò Reagan, e fra Italia e Stati Uniti tornò il sereno. Ma per gli Usa il caso fu chiuso davvero?  Sono in molti a ritenere che il destino di Craxi, morto in “esilio” in Tunisia per non finire i suoi giorni in carcere, sia da legare strettamente alle vicende dell’ottobre del 1985. Certo è che l’amministrazione americana non digerì mai lo schiaffo subito a Sigonella. Per la prima volta, dopo quarant’anni di (quasi) assoluta sudditanza, l’Italia si era ribellata al potente alleato che l’aveva liberata, fornendo gli aiuti necessari alla ricostruzione e alla ripresa economica. Da qui a dare per scontato che dietro l’assalto giudiziario che porterà all'annientamento politico di Craxi e di Andreotti vi sia stata la mano dei servizi segreti americani ce ne corre, ma gli indizi in tal senso non mancano di certo. La storia ha giudicato gli eventi e ha accertato, senza ombra di dubbio, come Craxi e Andreotti siano stati legati a doppio filo con l’Olp di Arafat e con i paesi arabi più apertamente ostili ad Israele (fu sempre Craxi ad informare Gheddafi dell’attacco aereo americano pianificato per ucciderlo, permettendogli di mettersi in salvo). Resta da chiedersi se oggi, esaminando quanto avvenuto con gli occhi sgombri dai pregiudizi, l’Italia debba ritenersi orgogliosa di Sigonella o se ne debba, al contrario, vergognare. Perché, se è vero che in quella circostanza gli italiani tirarono fuori “gli attributi” difendendo la loro dignità di alleati, non di servi, è altrettanto vero che fu messa a rischio l’alleanza con gli Usa per compiacere quelli che, con il ricorso al terrorismo, propugnavano la distruzione dello stato d’Israele. Che, piaccia o no, è sempre stato e resta l’unico Stato realmente democratico del Medio Oriente. Forse, non aveva ragione Spadolini?
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