Nucleare: nella partita tra Iran, Europa e Usa vince chi non gioca al ribasso

12 novembre 2013 ore 11:42, Americo Mascarucci
Nucleare: nella partita tra Iran, Europa e Usa vince chi non gioca al ribasso
I più ottimistici parlano di un accordo in fase di arrivo; i più scettici invece riferiscono di come, al di là delle buone intenzioni, la trattativa sia ancora in alto mare. La verità come al solito sta nel mezzo; la trattativa va avanti, i segnali sono incoraggianti, ma c’è ancora da lavorare. Si sta parlando dell’accordo fra Iran, Stati Uniti ed Europa sul programma nucleare realizzato dal potente stato del Golfo Persico.
L’accordo, da un lato, dovrebbe portare l’Iran a rinunciare ad una parte considerevole del suo progetto di arricchimento dell’uranio, dall’altro l’Occidente ad alleggerire il peso delle sanzioni imposte a Teheran. La vittoria elettorale del fronte moderato con l’elezione del riformista Hassan Rohani alla presidenza della Repubblica islamica, ha consentito di superare il muro contro muro fra Iran ed Usa e a creare le condizioni di un proficuo dialogo. Gli ostacoli non mancano. In Medio Oriente si chiamano Israele e Arabia Saudita, gli alleati storici dell’Occidente nella regione. Entrambi hanno fatto sapere di non fidarsi minimamente della svolta targata Rohani e di essere pronti a difendersi da qualsiasi minaccia proveniente da Teheran, con o senza il consenso occidentale. In America l’opposizione più intransigente a qualsiasi trattativa con il paese degli ayatollah giunge dalle frange più estreme del Partito Repubblicano, favorevoli da sempre a risolvere il problema del nucleare iraniano con gli stessi metodi utilizzati in Iraq ed in Afghanistan, ossia con l’intervento armato. Poco importa che gli interventi militari statunitensi abbiano soltanto contribuito a rendere maggiormente instabile la situazione geo politica medio orientale, favorendo lo sviluppo del terrorismo. In Iran invece l’ostacolo al buon esito della trattativa arriva dai partiti islamici più conservatori e dall’ex presidente Ahmadinejad imbevuti da sempre di fanatismo anti occidentale ed antisionista. Rohani può però contare sulla non ostilità della guida suprema Alì Khamenei che, pur dichiarandosi scettico sul buon esito del dialogo con l’America, non si sta opponendo alla politica moderata del neo presidente che potrebbe presto portare ad un consistente alleggerimento delle sanzioni economiche. E’ vero, di buoni propositi è lastricata la via dell’inferno e lo scetticismo israeliano è comprensibile oltre che perfettamente legittimo. Un po’ meno quello dell’Arabia Saudita che, indipendentemente dal fatto che sia un alleato storico degli Usa e congeniale agli interessi occidentali, è sotto certi aspetti peggiore dell’Iran quanto a rispetto dei diritti umani, delle minoranze religiose e del dissenso politico. Ma è opportuno chiudere a priori le porte al dialogo con l’Iran sulla base del principio “fidarsi è bene, non fidarsi è meglio”? Rohani, diversamente dai predecessori che come lui avevano vinto le elezioni con la promessa di riforme “democratiche”, può contare su una libertà di movimento che agli altri non era stata consentita a causa dell’ostilità preconcetta della guida suprema e del Consiglio dei Guardiani, chiamato a pronunciarsi sulla piena compatibilità delle leggi dello Stato ai dettami del Corano. E’ evidente come un’opposizione pregiudiziale e sistematica dei membri del Consiglio, facenti tutti capo direttamente o indirettamente a Khamenei, bloccherebbe qualsiasi concreta possibilità di riformare l’ordinamento della Repubblica islamica. Se si considera che l’elezione di Rohani non solo non è stata ostacolata dai Guardiani ma sotto certi punti di vista favorita (il delfino di Ahmadinejad è stato infatti escluso dalla competizione con l’accusa di praticare la stregoneria), pur senza farsi trasportare dall’euforia, i presupposti per un cauto ottimismo ci sono tutti. E indipendentemente dalla scarsa simpatia che gli ayatollah riscuotono nel mondo occidentale, non si può sottovalutare la voglia di rinnovamento e di discontinuità che proviene dalla società iraniana. Un processo che deve essere incoraggiato anche lasciando aperta quella linea di credito che in questi primi mesi il presidente Rohani si è conquistato.
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