Tonelli (Sap): “Come potenziare subito l'apparato di sicurezza. Qui i migranti liberi di non farsi foto-segnalare"

14 gennaio 2015 ore 17:45, intelligo
gianni tondi Marco Guerra L’allarme terrorismo è massimo anche in Italia. I carabinieri del Ros e la magistratura romana puntano i riflettori soprattutto sui “lupi solitari”, ovvero stranieri residenti in Italia, giovani, collegati con fondamentalisti che si trovano in Europa ma anche arruolati dalle organizzazioni fondamentaliste in Siria e in Iraq. Sono circa una ventina quelli che corrispondono a questo profilo con basi nella Capitale e nel Nord Italia. Ma il nostro Paese è pronto a far fronte a questa emergenza? Intelligonews lo ha chiesto a Gianni Tonelli, segretario nazionale del Sap (Sindacato autonomo di Polizia). Allora segretario Tonelli, c’è veramente da aver paura anche in Italia dopo gli attacchi In Francia? «La situazione è sotto gli occhi di tutti, se l’altro giorno alla manifestazioni di Parigi erano presenti i leader di tutto il mondo occidentale una ragione ci sarà pure. Non c’è da fare allarmismo e la situazione va affrontata senza isteria, ma è ora che il governo inizi a dare risposte serie». Voi cosa chiedete al governo? «Anzitutto di smetterla di debilitare ogni giorno l’apparato di sicurezza. La polizia in pochi anni ha perso circa 19mila unità, circa 40mila in meno se ne contano in tutte le forze dell’ordine. C’è stato anche un taglio netto sulla qualità del personale - abbiamo perso 14mila ispettori e 9mila sovrintendenti - dovuto al fatto che non si sono più fatti corsi di formazione e concorsi interni per la carriera. Tutto questo per risparmiare anche sugli stipendi.  Alla caduta di professionalità, si aggiunge la caduta di mezzi in dotazione». Parliamo del parco macchine? «Non solo, nel '92 si spendeva l’equivalente di 90 milioni di euro per le divise, oggi appena 15 milioni. Tant’è che non bastano per tutti e a Roma vedi i commissariati con le vecchie uniformi e i poliziotti della Questura con quelle nuove. A Pistoia, sulle Volanti, hanno potuto mettere solo 3 gomme termiche su quattro, perché non c’erano abbastanza fondi per sostituirle tutte, e poi ancora l’ormai annoso problema dei soldi per la benzina…in questo contesto come pensano di affrontare il fenomeno terroristico che invece richiede una profusione di risorse incredibili?». Provi a dircelo lei… «Il Sap è da anni che chiede una riforma dell’apparato di sicurezza che prevede una parziale unificazione delle Forze dell’ordine, ma questo ora sarebbe un processo troppo lungo. Quindi, intanto, in settimana formuleremo una serie di proposte precise per far fronte a questa emergenza e per rimettere in carreggiata la situazione della Polizia. Il governo, da parte sua, deve assumersi delle responsabilità. Non basta dire che è tutto sotto controllo, capisco la volontà di rassicurare i cittadini ma prima dovrebbe dare almeno qualche risposta pragmatica per rianimare il moribondo apparato di sicurezza che è sul lettino della terapia intensiva. Basta chiedere a parenti ed amici se in questi giorni hanno notato una maggiore presenza della polizia per le strade delle nostre città. La risposta sarebbe ‘no’. E la minaccia terroristica sicuramente non ricade sotto gli eventi considerati ordinari». Poi c’è la questione del controllo delle frontiere con i terroristi che entrano e escono quando vogliono. Voi su “Mare Nostrum” e “Triton” avete sempre espresso forti critiche… «Dobbiamo evitare gli errori fatti: attraverso l’operazione Mare Nostrum sono entrate in Italia 170mila persone nel 2014, fra questi abbiamo individuato pochissimi scafisti, figuriamoci se riusciamo ad individuare terroristi, mica ce l’hanno scritto in fronte… Se non vogliamo abdicare ad una missione di solidarietà allora dobbiamo trovare un modo per rafforzare i controlli su chi arriva». I nostri confini sono un colabrodo? «Magari, il colabrodo pone comunque un limite al liquido che passa, io userei più la definizione “porte aperte”, anzi spalancate. Non ci sono limiti né obblighi che si è in grado di far rispettare, le persone sono libere di non sottoporsi ai controlli sanitari, di non farsi foto-segnalare e di non farsi prendere le impronte digitali». Non potete obbligarli in qualche modo? «Non coattivamente, quindi molti di loro evitano di farsi identificare - perché secondo il trattato di Dublino il richiedente asilo deve restare nel Paese che lo ha identificato - per poi così raggiungere i Paesi del nord Europa dove sono più numerose le loro comunità. Molti arrivano appositamente senza documenti e danno false generalità. Ci fosse almeno un database europeo con i rilievi dattiloscopici e fotografici, potremmo verificare se si tratta di persone che hanno già messo piede nel nostro continente, ma al momento si fa affidamento solo sugli scambi di informazioni tra singoli Paesi».
autore / intelligo
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