Altro Comune altro presepe vietato. Quel "nazi-buonismo" del 20% che discrimina gli altri

15 dicembre 2014 ore 11:15, Americo Mascarucci
Altro Comune altro presepe vietato. Quel 'nazi-buonismo' del 20% che discrimina gli altri
A Leinì, altro Comune del Piemonte in provincia di Torino, un preside avrebbe vietato l’allestimento del presepe in una scuola primaria. 
Questa la storia. Per la verità il presepe, tradizionalmente, veniva collocato nel cortile dell’ex convento dove è ospitato l’asilo e dove sono presenti anche locali adibiti ad altre e diverse attività. Fino allo scorso anno, nessun problema ma dall’anno in corso sul cortile affaccia una classe della materna composta da bambini di quattro anni affidati ad un solo insegnante. Adducendo quindi ragioni di sicurezza il preside avrebbe chiesto al Comune di spostare il presepe altrove, incontrando però la ferma opposizione dell’artista che ha realizzato i protagonisti, la quale ha bocciato tutte le location alternative proposte dal sindaco. A sentire i 'difensori' del presepe in realtà, le ragioni di sicurezza avanzate dal preside per chiederne lo spostamento altrove, sarebbero soltanto un pretesto per giustificare una presunta ostilità preconcetta ed ideologica verso i simboli religiosi. Di fronte alle proteste giunte da più parti, ad iniziare anche qui dagli esponenti della Lega Nord con in testa l’ex governatore Roberto Cota, il preside ed il sindaco avrebbero ribattuto sostenendo che il paese ha problemi ben più seri da affrontare. Sulla stessa lunghezza d’onda si sarebbe ritrovato anche il parroco don Pierantonio Garbiglia, il quale avrebbe evidenziato che le priorità sono altre nel momento di difficoltà legato alla crisi che la comunità sta vivendo. Rispetto a questo, la collocazione del presepe con relativa disputa non  avrebbe il carattere di priorità  rispetto alle emergenze del territorio. Nel pieno rispetto e nella piena legittimità delle posizioni di tutti, quella del parroco potrebbe sembrare un pò "avanguardista": arrivare ad una sorta di giustificazione per relegare in secondo piano i simboli religiosi in nome del diritto all’integrazione - che peraltro nessuno nega -, significa lasciare terreno a una certa cultura relativista. Nessuno sta dicendo che agli alunni non cristiani debba essere sollecitato il canto “Tu scendi dalle stelle” o la recita delle preghiere all’ingresso e all’uscita della scuola, ma che fastidio può dare un presepe esposto nel cortile di un asilo o anche nel corridoio di un istituto? Possibile che quel bambino adagiato nella mangiatoia debba essere considerato così pericoloso a tal punto da turbare l’animo e le coscienze di chi professa un’altra fede? Qui non siamo in presenza di un’imposizione, ma di un legittimo diritto di difesa e tutela delle tradizioni, le tradizioni di una maggioranza che non intende prevaricare la minoranza, ma che nel contempo non può accettare che sia quella stessa minoranza ad imporre regole e divieti. Nelle democrazie avanzate alle minoranze è riconosciuto il massimo rispetto ed è garantito ogni diritto, ma a vincere è sempre la maggioranza. Se in una scuola c’è un 20% di alunni non cristiani (come appunto sarebbe alla materna di Leinì), quel 20% va rispettato e tutelato, ma non è pensabile che si debba rinunciare al presepe penalizzando il restante 80%. Ma poi dove sarebbe la discriminazione? Gesù è un simbolo di discriminazione? Lo è la famiglia di Nazareth? Suvvia questo è soltanto laicismo dogmatico, ateismo allo stato puro imposto sotto forma di “falso buonismo”, il buonismo di chi in nome della tolleranza, finisce con l’imporre il proprio punto di vista agli altri.
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