Calcio, Serbia-Albania. Tra il drone e la rissa c'è la storia e nessun eroe

15 ottobre 2014 ore 12:36, Micaela Del Monte
Tra Serbia e Albania la tensione è sempre stata alta e, nonostante il conflitto armato tra le due parti si sia consumato ormai più di cinque anni fa, la ferita lasciata aperta dalla regione del Kosovo è sempre fresca e pulsante. E non era un caso quindi che l'incontro di ieri sera tra le due squadre balcane fosse atteso con una certa ansia e con una certa apprensione. Non è un caso neanche che la partita, valida per la qualificazione a Euro 2016, fosse un'osservata speciale dalla Uefa e, soprattutto, non è stato un caso che l'incontro, che si sarebbe dovuto disputare nel Partizan Stadium di Belgrado, è stato vietato ai tifosi ospiti. Forse gli albanesi hanno visto in questo gesto di esclusione un affronto, l'ennesimo, e non sono voluti mancare all'appuntamento.
Calcio, Serbia-Albania. Tra il drone e la rissa c'è la storia e nessun eroe
Le precauzioni della Uefa infatti non sono servite a molto: i fischi all'inno albanese sono stati solo l'inizio della fine, sono stati la molla che ha fatto scattare i tifosi rosso neri. Ma forse la cosa era ben premeditata perché ancora prima della fine del primo tempo in cielo è apparso un drone portando con sé una bandiera nera con la forma rossa dell’Albania etnica (quella per cui ci si batte dalla fine del 1800), due facce (quelle dei politici-eroi albanofoni Isa Boletini e Ismail Qemali) e una scritta: "Autoctoni". Non una semplice provocazione, ma un vero e proprio affronto che ha scatenato l'ira prima dei serbi e poi degli albanesi. All'ingresso in scena del drone la partita è stata sospesa dall'arbitro per qualche minuto, ed è in quest’istante che il giocatore serbo Mitrovic ha afferrato il drappo per farlo sparire. Subito i giocatori albanesi hanno reagito dando il via ad una rissa: tifosi serbi hanno lanciato sedie di plastica. Schiaffi, calci e pugni hanno preso il posto del pallone e della ragione. Dagli spalti sono partiti cori inneggianti a Vladimir Putin: "Il Kosovo è Serbia!" e la bandiera della Nato viene data alle fiamme perché, secondo i serbi, colpevole di aver sottratto il Kosovo alle proprie terre. In mezzo alla rissa fra i giocatori e i tifosi c'era anche Ivan Bogdanov, il capo degli ultrà serbo che nel 2010 aveva capeggiato gli incidenti che, a Genova, portarono allo stop della partita Italia-Serbia. Ieri Bogdanov, secondo alcuni media, si era fatto carico delle trattative per far riprendere la partita, ma lo scontro in campo non era più legato al calcio, bensì alla geo-politica, dunque per l'arbitro non c'erano i presupposti per andare avanti. E forse è stato meglio così... E mentre in campo si è riuscito ad allentare, almeno in parte, la tensione con l'intervento delle forze dell'ordine e con la sospensione della partita, per le strade di Tirana si sono riversati centinaia di tifosi albanesi. Le bandiere con l'aquila a due teste venivano sventolate fiere mentre quelle serbe venivano bruciate in nome della Grande Albania e agli slogan si sono aggiunte le minacce per la gara di ritorno, in programma il prossimo anno (8 ottobre 2015).  Infatti, dopo i primi momenti d'ira, a Tirana, migliaia di tifosi che seguivano la partita dalla tv hanno festeggiato per ore la semplice ipotesi di una condanna della Serbia da parte dell'Uefa e quindi dell'assegnazione all'Albania della vittoria a tavolino. "Siamo reduci da un'esperienza traumatica. È successo quello che non pensavamo potesse succedere». È con queste parole che il ct italiano della nazionale albanese di calcio Gianni De Biasi, ha descritto, al ritorno da Belgrado, la serata da incubo nello stadio della capitale serba. La nazionale albanese, dopo essere stata rinchiusa negli spogliatoi per un paio d'ore, è poi rientrata in patria con un volo charter alle 3.25 del mattino. All'aeroporto di Tirana c'erano almeno 5 mila tifosi, molti giunti anche dal Kosovo, ad accogliere i giocatori, considerati "veri eroi". "Siamo tutti fieri di voi, del gioco e della dignità dimostrata", ha dichiarato il vice premier Niko Peleshi, in una conferenza stampa all'aeroporto, insieme al ministro dello Sport Lindita Nikolli e con a fianco il laziale Lorik Cana, capitano della nazionale, e De Biasi. Dal canto le autorità (calcistiche e politiche) della Serbia ancora non hanno commentato l'accaduto. Ma su una cosa albanesi e serbi sono d'accordo, di certo la questione non è finita con la sospensione della partita.
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