Isis, false speranze e grandi interessi

15 settembre 2014 ore 9:57, Americo Mascarucci
Un’altra vittima dei macellai dell’Isis, un altro innocente sacrificato sull’altare del
Isis, false speranze e grandi interessi
fanatismo e della follia. Si tratta di un cooperante britannico, David Haines, non di un soldato, anche stavolta di un povero disgraziato che stava in Siria per lavoro. Finito nelle mani di questi spietati tagliagole è stato decapitato davanti alle telecamere, dopo l’ennesimo delirante proclama del sedicente rappresentante del califfato, coperto con il cappuccio d’ordinanza, ma con il tipico accento britannico. Sarebbe lo stesso autore delle precedenti decapitazioni, quelle dei due giornalisti statunitensi, Steven Sotloff e James Foley, lo stesso folle che ora minaccia di uccidere presto un altro prigioniero. L’Occidente annuncia una forte reazione militare, che a detta del presidente degli Stati Uniti Barak Obama dovrebbe essere sostenuta da un’ampia coalizione anti-terrorismo. Gli Usa sono certi di ottenere anche l’appoggio del mondo arabo, ma gli unici che nel Medio Oriente sembrerebbero avere tutto l’interesse a fermare l’Isis sono l’Iran e la Siria, non proprio alleati ideali degli americani. Sull’affidabilità degli altri paesi, Egitto, Arabia Saudita e Turchia, in pochi sembrano pronti a mettere la mano sul fuoco. Anche perché, questi miliziani feroci e senza scrupoli, sono stati finora armati e sostenuti finanziariamente proprio dai sauditi e dai turchi, nell’ottica della mai sopita guerra fra mondo sciita e sunnita. L’Isis infatti punta a colpire le roccaforti dell’Islam sciita, l’Iraq in primo luogo e la Siria, dove il regime di Damasco è il principale alleato di Teheran. E chi è che fino ad oggi ha avuto l’interesse a spezzare i legami fra Iran, Iraq e Siria? L’Arabia Saudita in primo luogo, che punta ad indebolire il principale nemico all’interno del mondo islamico, per l’appunto il regime degli ayatollah iraniano, ma anche la Turchia di Erdogan che sogna di riconquistare come ai tempi dell’impero ottomano, la leadership del mondo arabo. Poi c’è il problema della Russia. Mosca è giustamente preoccupata per il probabile risveglio del fondamentalismo islamico in Cecenia, ma non può in questo momento sostenere l’intervento armato americano per varie ragioni; in primo luogo per il raffreddamento dei rapporti diplomatici con Usa e UE seguito alla crisi ucraina, ma ancora di più perché Obama ha ripetuto a chiare lettere che la lotta all’Isis non cambierà la strategia statunitense in Siria; gli americani combatteranno il terrorismo ma continueranno a sostenere l’opposizione anti Assad con l’obiettivo dichiarato di favorire la caduta del dittatore. La Siria di Assad resta però il principale alleato della Russia nell’area mediorientale e in nessun caso Putin potrà mai sostenere un intervento militare che possa compromettere la stabilità del regime di Damasco; in secondo luogo Assad ha sempre sostenuto che l’Isis e i ribelli sunniti che combattono contro di lui sono la stessa cosa e di questo sono convinte tanto la Russia che la Cina. Gli Stati Uniti, la Francia e la Gran Bretagna sono invece sicure del contrario e da giorni, sia Obama che Cameron, non fanno che rilasciare dichiarazioni concilianti verso il mondo islamico in base all’assunto che i guerriglieri dell’Isis con l’islam non c’entrano nulla. I massacratori dell’Isis vanno fermati ad ogni costo, ma la strategia americana appare debole e scarsamente convincente, fatta di tanti proclami e pochi fatti concreti. La Turchia sembra orientata a non concedere l’utilizzo delle basi militari per le operazioni di attacco in Iraq e in Siria, anche perché teme di ritrovarsi la guerra in casa; difficilmente gli americani avranno la strada spianata come nel 2003 nella guerra in Afghanistan, quando riuscirono ad ottenere dall’allora dittatore del Pakistan Pervez Musharraf il sostegno logistico nella lotta contro i talebani; ma sul regime pakistano riuscirono a far leva con un consistente alleggerimento delle sanzioni imposte al Paese per il suo programma nucleare, mentre stavolta sul governo turco non potranno accampare grandi pretese. La coalizione internazionale invocata da Obama rischia di partire zoppa, perché troppi sono gli interessi geo politici in gioco nel mondo arabo. Intanto ogni giorno dall’Iraq e dalla Siria giungono notizie terrificanti di nuove esecuzioni, di massacri di donne e bambini e reiterate minacce di esportare la guerra anche in Occidente. Eppure tanto sangue versato non sembra ancora sufficiente ad indignare i paesi islamici dal volto presentabile, quelli che alla vita delle persone prediligono i propri progetti egemonici e i propri interessi finanziari, anche a costo di aiutare, palesemente o in modo occulto, i signori del terrore.
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