Isis in Libia. Di Stefano (Cpi): “Andare lì senza l'Onu. E se l’Italia interviene apra ai volontari”

16 febbraio 2015 ore 13:12, intelligo
Isis in Libia. Di Stefano (Cpi): “Andare lì senza l'Onu. E se l’Italia interviene apra ai volontari”
Di Marco Guerra “Andare il Libia senza aspettare l’Onu”. Parlando con IntelligoNews, Simone Di Stefano, vicepresidente di CasaPound Italia, si dice a favore di un intervento italiano per ristabilire l’ordine nel Paese nordafricano minacciato dall’avanzata dello stato islamico. E nei momenti di necessità – spiega Di Stefano – sarebbe giusto aprire anche ai volontari che vogliono dare il loro contributo per la sicurezza del Paese. Minacce Isis all'Italia. 007 avvertono: «Doppio fronte, mai così esposti». Come si risponde a questa sfida? “Intervenire a nostro avviso in maniera unilaterale per rimettere ordine in Libia, dove ricordo che non sono tutti terroristi. Dobbiamo andare lì perché c’è un problema di sicurezza e con l’occasione tornare anche a difendere i nostri interessi e la nostra influenza nel sud del Mediterraneo. Ne abbiamo la forza, possiamo farlo senza aspettare una sola parola da parte delle Nazioni Unite. Abbiamo sempre avuto un rapporto privilegiato con quelle terre, anche durante il regime di Gheddafi, e possiamo far valere la nostra esperienza”. Sì ma è praticamente impossibile che il governo percorra la strada dell’intervento unilaterale…Certo, ogni volta che si parla di intervento militare bisogna fare i conti con le ipocrisie della sinistra. Ma se questo esecutivo trovasse gli attributi per organizzare una missione in Libia, CasaPound eserciterebbe grande pressione sul ministero della Difesa affinché aprisse alla possibilità di far partire anche dei volontari”. CasaPound vuole dare il suo contributo? “Assolutamente no, e non facciamo passare questo messaggio, non siamo un’organizzazione paramilitare. Noi diciamo che dal momento che non siamo più padroni della nostra moneta, la missione comporterebbe costi notevoli, quindi riteniamo opportuno dare la possibilità a chi, possedendo la giusta preparazione, volesse dare il proprio contributo in maniera volontaristica”. Intanto i guerriglieri dello Stato Islamico affermano: siamo a Sud di Roma. E parlano di noi come di nazione della Croce. Siamo in guerra santa o cosa? “Io continuo a sostenere che non è uno scontro di civiltà. Alla base di questa nuova escalation dell’integralismo islamico ci sono interessi economici ma anche il grosso errore di chi ha utilizzato i miliziani fondamentalisti per rovesciare regimi non amici, e poi la situazione gli è sfuggita di mano. Ad esempio è noto a tutti che l’occidente ha appoggiato l’Isis in Siria in chiave anti Assad. Noi vediamo guerriglieri che sparano con armi occidentali , con i soldi che diamo all’Arabia Saudita per il petrolio vengono alimentate diverse guerre. Insomma abbiamo un concorso di colpa molto evidente”. Sì, ma ora la minaccia è anche interna, gli attacchi di Copenaghen, al pari di quelli di Parigi, sono stati condotti da un cosiddetto immigrato di seconda generazione… “Il problema si risolve aumentando e molto i controlli e in caso di minaccia forte arrivare a prevedere un giro di vite sul mondo dell’immigrazione. Dobbiamo sapere tutto quello che succede nelle mosche e l’immigrazione va sicuramente bloccata fino un futuro di pace che al momento proprio non si vede all’orizzonte”. D’altra parte lo stop all’immigrazione di massa è sempre stato un cavallo di battaglia di CasaPound… “È stato dimostrato che ci sono una serie di organizzazioni criminali che gestiscono l’immigrazione incontrollata. Su questo lucra anche il mondo della politica che, come hanno dimostrato recenti indagini, ha grandi interessi nel campo dell’accoglienza. Stare in Libia significa fermare tutto questo sulle coste della Tripolitania e della Cirenaica. Insomma a nostro avviso la priorità resta impedire nuove partenze, poi facendo un discorso più ampio bisogna anche creare le condizioni affinché questi migranti trovino lavoro nei loro Paesi di origine”.
autore / intelligo
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