Tonelli (Sap): “Il partito anti-Polizia è forte e trasversale. Casarini non vuole le videocamere sui caschi perchè teme..."

17 aprile 2014 ore 14:52, Lucia Bigozzi
Tonelli (Sap): “Il partito anti-Polizia è forte e trasversale. Casarini non vuole le videocamere sui caschi perchè teme...'
Video-camere sui caschi dei poliziotti, no ai numeri identificativi. Ha motivi e parole da spendere, Gianni Tonelli presidente del Sap (il Sindacato autonomo di Polizia) sia sul versante proposte che su quello delle polemiche. A Intelligonews, focus sugli scontri di piazza a Roma, ma anche spaccato del contesto  in cui un poliziotto fa il suo mestiere.
Presidente Tonelli, su Twitter il Sap ha lanciato l’hastag #siamotutticretini. Perché? E’ una difesa corporativa? «Non è un difesa corporativa, il problema è che l’espressione usata contro il collega ci è parsa del tutto fuori luogo provenendo, tra l’altro, da una carica particolarmente elevata del nostro quadro istituzionale: Pansa non è solo il capo della Polizia, cioè di centomila uomini, ma è anche il direttore generale della Pubblica Sicurezza. Il gesto del collega, lo abbiamo tranquillamente dichiarato, è stato errato ma il capo della Polizia non può non conoscere il contesto in cui si è sviluppato, ovvero il contesto di guerriglia urbana dove il rischio della vita non è per nulla un’ipotesi astratta con quello che sta accadendo. Per cui, le cose vanno comprese bene». Cosa intende dire? «Di quello che accade vanno conosciuti tutti gli aspetti e non solo una parte; anche se una persona magari non ha avuto la capacità di controllare uno stress fortissimo, da qui a dover trasformare quel gesto che tra l’altro non ha cagionato alcun tipo di lesione, nel male assoluto rispetto a quanto accaduto a Roma, è non solo una disonestà intellettuale infinita, ma un gesto che chiaramente viene strumentalizzato. Riscontriamo che il partito dell’anti-polizia è molto forte e a volte, visto le dichiarazioni del viceministro Bubbico, ci pare anche trasversale». In soldoni, secondo lei il suo collega ha sbagliato o no? «Certo, si sbaglia anche per un divieto di sosta ma non per questo si deve essere uccisi. Voglio dire che quando si attribuisce a una persona una responsabilità, va usato il metro universalmente utilizzato per attribuire la responsabilità all’interno della società». Si spieghi meglio. «Il collega così come tutti gli operatori di polizia, sono sottoposti ad un’aggravante specifica per i comportamenti che poi dovessero risultare in violazione della normativa. Il collega sostiene che in un contesto di guerriglia urbana non stava a guardare cosa aveva sotto i piedi ma era concentrato in altre direzioni. C’è un’inchiesta e vedremo ma se si sviluppa una negatività pari a un milione solo un’infinitesima frazione può essere rappresentata dal collega. Le dico di più…». Cosa? «Veder trasformare chi dalle immagini e sui media risulta essere stato un guerrigliero urbano in un Robin Hood che difende la sua Lady Marion, ci sembra fazioso e disonesto. Ed è grave anche che si legittimino questi comportamenti». Secondo lei perchè i quattro violenti di Roma sono agli arresti domiciliari e i 24 secessionisti veneti sono in carcere da due settimane? «Perché così va l’Italia. Di sicuro vedo che il trattamento che l’ordinamento riserva a noi operatori di polizia non è mai benevolo, anzi. Tutti gli anni apriamo la campagna di sensibilizzazione “Chi difende i difensori” perché purtroppo riscontriamo che il sistema che noi difendiamo ogni giorno con passione e coraggio ci avversa e cerca di sanzionarci anche indebitamente come purtroppo è già accaduto. Penso che il sistema italiano dovrebbe ascoltare le nostre proposte che non sono finalizzate alla difesa corporativa, tutt’altro». Dai movimenti, ma non solo, c’è la sollecitazione a introdurre il numero identificativo sui caschi dei poliziotti. Favorevole o contrario? Il Sap rilancia con l’istallazione di videocamere. «I numeretti non servono se non a intorbidire la situazione, a mettere a rischio le nostre famiglie. Due i motivi sostanziali, il primo: il giorno successivo alla manifestazione spunterebbero come funghi numeretti e denunce magari con episodi inventati al solo scopo di colpirci e rallentare l’accertamento delle responsabilità reali a carico di chi va in giro come un vandalo a distruggere e a mettere a ferro e fuoco le città. Secondo: considerata la permeabilità del sistema-Italia e mi riferisco al diritto più privato cioè quello della corrispondenza, c’è il rischio reale che come le conversazioni telefoniche viaggiano a una velocità iperbolica, altrettanto velocemente viaggerebbero le identità dei singoli e delle loro famiglie». Perché le telecamere sarebbero più efficaci dei numeri identificativi? «Noi, con un’operazione verità e giustizia, chiediamo che vengano collocate sui nostri caschi telecamere in grado di fono-video-registrare e che non perdonerà nulla a noi ma soprattutto ai vandali e mascalzoni ed è per questo che la osteggiano col numeretto, ormai superato dalla tecnologia. Se avessimo qualcosa da nascondere non chiederemmo di essere fono-videoregistrati. Altra cosa importante è la presenza del magistrato in piazza: il pm non è un giudice, è il dominus delle indagini preliminari che non perdonerebbe nulla a noi ma sarebbe costretto a verificare e prendere atto di ciò che succede, se non altro per condividere una sana responsabilità, perché è opportuno che tutti, prima di giudicare, provino il brivido delle fiamme che divampano sotto i piedi, del sibilo delle biglie di acciaio e delle sbarre di ferro vicino alle orecchie. Si giudica il mondo in un’altra maniera e si valutano le cose per quello che sono realmente e non per ciò che accadrà nell’aula di un tribunale, sui quotidiani o nei circuiti mediatici». Non solo videocamere, voi chiedete anche l’introduzione di un reato ad hoc? Perché? «Noi chiediamo di avere strumenti efficaci per tutelare i cittadini e garantire il diritto a manifestare. Ci sono persone denunciate anche 70-80 volte per gli stessi reati, ma non verranno mai condannati e non pagheranno perché queste denunce, nonostante le prove incontrovertibili, finiranno in prescrizione. Servono reati specifici, come quello di vandalismo urbano in contesto di manifestazione. Le faccio un esempio…». Prego. «Quando un’orda di violenti in una strada dove sono parcheggiate duecento macchina parte dalla prima per distruggerle, io poliziotto ai fini preventivi devo avere uno strumento per fermarli, ma se il reato di danneggiamento è perseguibile a querela di parte, io non ho uno strumento efficace. Con un reato ad hoc, invece, ho la possibilità di fermarlo subito. Altrimenti, le uniche vittime siamo noi e forse per questo i cretini della situazione siamo solo noi, siamo i cretini che vanno in piazza o per strada a fare il nostro lavoro per una miseria di stipendio, siamo cretini proprio perché crediamo che questa nazione debba avere un futuro migliore che deve partire da un contesto di sicurezza e pacifica convivenza. Le idee vanno manifestate e difese in maniera democratica». Che risposte avete avuto dalla politica? «Ci aspettiamo qualcosa di concreto. Invece di dire sciocchezze come abbiamo sentito dal qualche esponente politico sui numeretti nei caschi, sarebbe opportuno che i politici venissero con noi in piazza per capire che non si può amministrare ciò che non si conosce». Casarini a Intelligonews dice che sono i poliziotti a dover andare in carcere e che le videocamere non servono ma servono i numeri identificativi. «Non mi aspettavo niente di meglio dal no global Casarini. Forse dice questo perché avrà timore di essere ripreso nuovamente, come già accaduto, a bere la Coca-Cola che loro ritengono il simbolo della globalizzazione».
autore / Lucia Bigozzi
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