Se il Pil scende, il voto sale. Ma chi sale sul voto?

17 maggio 2014 ore 10:12, Lucia Bigozzi
Se il Pil scende, il voto sale. Ma chi sale sul voto?
Non è solo un gioco di parole. E’ il paradosso, o il paradigma, di quello che oggi è e domani potrebbe accadere. Quando le urne diranno chi vince e chi perde…
PIL SALI-SCENDI. E’ un campanello d’allarme. Flessione, seppur lieve, ma sufficiente a far fibrillare i già delicati equilibri di maggioranza. Se i primi tre mesi dell’anno si chiudono col segno meno, significa che le previsioni di Renzi e Padoan convinti di una crescita del prodotto interno loro pari allo 0,8 per cento, non tornano. Se così è, conseguenza logica vuole che quelle previsioni debbano essere corrette. Come? E qui spunta una parola-chiave che poi racchiude un concetto (e relativi provvedimenti) che tutti, a cominciare dal premier che l’ha smentito più volte, vogliono accuratamente scansare: manovra. Che tradotto dal tecnico-burocratichese significa due cose: o nuovi tagli o nuove tasse. In altre parole, l’esatto contrario di ciò che il presidente del Consiglio va r-assicurando. Maldipancia bipartisan. Il primo a manifestarlo neanche poi tanto velatamente è il “piccolo” alleato Popolari per l’Italia con in testa il suo leader Mario Mauro che invoca una verifica di maggioranza. “I dati relativi al calo del prodotto interno lordo italiano suggeriscono alla maggioranza che sostiene il governo Renzi di procedere ad una discussione serrata, all'indomani delle elezioni europee, sulle strategie del governo per consolidare la nostra economia. E' un campanello d'allarme da prendere sul serio. Un fenomeno critico che non possiamo eludere”. E quando gli si chiede se c’è da aspettarsi una manovra correttiva lui risponde secco: “Meglio le elezioni”. “Piccolo” alleato, vabbè, ma comunque “prezioso” al Senato, ballerino (numericamente) pure per Renzi. VOTO, NON VOTO, VOTO. Il partito più grande, per ora è quello dell’astensionismo, saldamente sopra quota 30 per cento. Renzi e Grillo guerreggiano senza pace né sosta, convinti di riuscire a prendere un voto in più dell’altro. Battaglia “perfetta” per entrambi: il premier vincitore riceverebbe dalle urne europee ciò che ha avuto da quelle delle primarie ma non dalle urne politiche: investitura popolare. Non è un dettaglio di poco conto, bensì una leva su cui consolidare ruolo e “potere” alla testa di una maggioranza eterogenea e di un partito, il Pd, dove le divisioni interne sono tornate sottotraccia, pronte però a fare capolino se il risultato elettorale non dovesse andare secondo le aspettative. Grillo vincitore, aprirebbe uno scenario nuovo sia a livello nazionale che a Strasburgo. Sul piano interno, i 5Stelle ingaggerebbero una battaglia ancor più serrata e stavolta, magari con qualche “stampella” trasversale, riuscire nell’interno di rovesciare tutto, a cominciare dal governo. POLITICHE DOPO LE EUROPEE? E’ uno di quei temi che seguono un andamento carsico: scompare e rispunta. Nell’altalena di una campagna elettorale molto mediatica e poco giocata sui contenuti, l’opzione voto anticipato si riaffaccia. Massima prudenza, nessuno pronuncia il termine a voce alta, si preferisce sussurrarlo nei corridoi di Montecitorio, quasi ad esorcizzarlo. Ma è un’opzione che lo stesso Renzi potrebbe prendere in considerazione se cronoprogramma e agenda dovessero finire impallinati dalle resistenze delle corporazioni e dagli altolà delle burocrazie (alte e basse) per nulla disposte a farsi cucinare come il tacchino a Natale. Il premier lo ha già detto e ripetuto: se non mi fanno lavorare, faccio un passo indietro. Un segnale chiaro a chi rema contro. L’opzione, però,  potrebbe essere presa in considerazione non solo nella versione negativa di ciò che potrebbe accadere, ma anche nel caso in cui dalle urne Renzi dovesse uscire col primato su Grillo. Perché a quel punto, un sano tuffo popolare nelle urne delle politiche potrebbe rappresentare la sua “arma letale” per cambiare verso all’Italia. Suspense…
autore / Lucia Bigozzi
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