Domani il film sulla vita di Don Diana e quel ricordo commosso di GP II

17 marzo 2014 ore 14:23, Americo Mascarucci
Domani il film sulla vita di Don Diana e quel ricordo commosso di GP II
Martedì 18 e mercoledì 19 marzo Raiuno trasmetterà il film sulla vita di don Giuseppe Diana, il parroco anti-camorra di Casal di Principe assassinato dal clan dei Casalesi il 19 marzo del 1994.
A vestire i panni del sacerdote ci sarà Alessandro Preziosi già interprete di un ottimo Sant’Agostino, trasmesso dalla Rai alcuni anni fa. Ma chi era don Peppino Diana? Era un prete che aveva scelto di fare apostolato in una terra, la sua, dove regnavano l’illegalità, la prepotenza, la violenza, il malaffare. Don Diana a Casal di Principe ci era nato e cresciuto e sapeva perfettamente quanto quel territorio fosse inquinato dalla camorra che imponeva la sua legge, eliminando quanti osavano ribellarsi alla prepotenza dei clan. Un pezzo d’Italia dove lo Stato era totalmente assente e dove tutti, per quieto vivere, preferivano adattarsi alle regole malavitose, subire le vessazioni, accettare lo status quo, nell’errata consapevolezza che fosse impossibile cambiare. Don Peppino disse di no, capì che non poteva convivere con la criminalità come tanti, troppi, ritenevano opportuno fare, si rese conto che doveva essere una “voce contro”, capace di risvegliare le coscienze e l’orgoglio dei cittadini, facendo capire loro che un’altra società era possibile. In occasione del Natale del 1991, don Diana pubblicò una lettera che già dal titolo appariva come una “dichiarazione di guerra” alla camorra: “Per amore del mio popolo non tacerò” che fu distribuita in tutte le parrocchie di Casal di Principe e dintorni. Anche altri sacerdoti affascinati dal coraggio e dalla voglia di lottare di don Peppino decisero di sostenere la sua azione, sottoscrivendo il manifesto di denuncia contro la criminalità ed affiggendolo nelle loro chiese. In quella lettera don Peppino paragona la camorra ad una forma di terrorismo che con i suoi sistemi annichilisce le coscienze, reprime la libertà degli individui, frena lo sviluppo dell’economia locale, soffoca la crescita economica, sociale e culturale della popolazione, contribuisce a diffondere strumenti di morte, dalla droga che uccide i giovani, alle armi con cui avvengono i regolamenti di conti fra clan malavitosi rivali. Don Diana non mancava di attaccare la politica incapace di imporre la legge dello Stato in quei territori, di sostituirsi alla camorra con la promozione di adeguate politiche per lo sviluppo dell’occupazione e per l’affermazione della legalità all’interno delle istituzioni pubbliche; quelle istituzioni che la delinquenza organizzata riusciva a controllare attraverso la gestione degli appalti ed il voto di scambio. Il manifesto si concludeva con un richiamo alla Chiesa, una Chiesa chiamata a risvegliare le coscienze con la forza della denuncia e a programmare l’alternativa pastorale e culturale alla camorra con l’obiettivo di strappare i giovani dalle grinfie del crimine, educandoli alla legalità ed al rispetto per se stessi e per gli altri. Don Diana puntava a togliere alla camorra il terreno da sotto i piedi, raccogliendo gli adolescenti intorno a se, impegnandoli in numerose attività, affinché non diventassero manovalanza per il crimine. Soltanto in questo modo sarebbe stato possibile estirpare anche da Casal di Principe il cancro maligno della mafia. E questo tentò di fare don Diana, senza mai piegarsi agli avvertimenti ed alle minacce, continuando la sua azione di denuncia e la sua capillare opera pastorale rivolta alla riscoperta della legalità e della giustizia. Un impegno cui la camorra pose fine il 19 marzo del 1994. Un killer entrò nella sacrestia dove don Peppino si stava preparando per celebrare la funzione in onore di San Giuseppe e lo freddò con cinque colpi di pistola.  La domenica successiva durante l’Angelus un commosso Giovanni Paolo II ricordò l’impegno del sacerdote, invitando ogni prete chiamato a fare apostolato in contesti difficili segnati dall’odio e dalla delinquenza a seguirne l’esempio. Don Diana, insieme al beato don Pino Puglisi rappresenta il simbolo più alto e nobile della missione sacerdotale, una missione portata avanti a costo della vita e affidandosi totalmente a Dio. Quando il killer entrò nella sacrestia, prima di sparare, volle accertarsi che di fronte a lui ci fosse proprio don Diana; “Eccomi, sono io” rispose il prete sapendo perfettamente di andare incontro alla morte. Sapeva però che il suo sangue non sarebbe stato versato a vuoto, ma avrebbe inondato i cuori  e gli animi di un popolo che con lui ha imparato a conoscere un’altra realtà, la realtà di quanti per amore del proprio  popolo non sono più disposti a tacere.
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