Una vita senza lavoro: pure l'Italia ha la sua lost generation

17 settembre 2013 ore 11:26, Alfonso Francia

Una vita senza lavoro: pure l'Italia ha la sua lost generation
Ormai possiamo ufficialmente parlare di generazione perduta: in tre anni l’Italia ha perso un milione di giovani lavoratori.

Secondo i dati diffusi oggi dall’Istat dal 2010 al 2013 il numero di under 35 occupati è passato da 6,3 a 5,3 milioni, mentre il tasso di disoccupazione ha ormai raggiunto il 17,8% (contro l’11% del 2010). La notizia va a completare un quadro inquietante che l’Istituto di statistica aveva cominciato a tratteggiare venerdì con l’annuncio del calo della produzione industriale dell’1,1% a luglio. Questi dati smentiscono clamorosamente le dichiarazioni incoraggianti sulla crescita fatte in questi giorni del premier Enrico Letta, che proprio sul miglioramento degli indici economici aveva basato le speranze di sopravvivenza del suo esecutivo.

Le tabelle Istat descrivono una vera e propria emergenza sociale e non lasciano spazio a interpretazioni: dal 2010 a oggi il tasso di occupazione è sceso dal 70 al 60,2%. Questo significa che solo sei giovani adulti su dieci la mattina si alzano per andare al lavoro, precari e sottopagati compresi. Gli altri restano a casa, a dimenticare le nozioni e le competenze apprese negli anni trascorsi a studiare tra master e università. Una situazione che avrà conseguenze gravissime nel medio e lungo periodo. Gli italiani nati negli anni ’80 stanno subendo una “svalutazione” che li renderà poco appetibili sul mercato del lavoro anche quando la situazione economica dovesse migliorare. Nel momento in cui le aziende ricominceranno ad assumere cercheranno dei ragazzi appena laureati, più aggiornati e con una vita lavorativa più lunga davanti, piuttosto che dei quasi quarantenni rimasti a lungo inattivi. Stiamo crescendo una generazione che potrebbe non raggiungere mai l’indipendenza economica. Le cause di questo disastro annunciato sono molte, ma possiamo identificarne le tre principali.
  1. Pensione mai. L’innalzamento dell’età pensionabile introdotto dalla riforma Fornero ha di fatto bloccato il ricambio tra fasce d’età. Negli ultimi due anni i collocamenti a riposo sono stati drasticamente ridotti, e lasciando in ufficio i sessantenni non è stato possibile far spazio ai trentenni. Non è previsto che la situazione cambi nei prossimi anni, perché l’aumento della speranza di vita costringerà con ogni probabilità il legislatore ad allungare ulteriormente la vita lavorativa.
  2. Lo Stato non assume più. I recenti tagli alla spesa nella pubblica amministrazione hanno riguardato anche le assunzioni, che negli ultimi tre anni sono state ridotte quasi a zero per rispettare gli obiettivi di diminuzione del personale di fatto imposti dall’Europa. Il discorso non piace ai tifosi del liberalismo, ma è un dato di fatto che il sistema economico italiano si basava anche su un ruolo forte dello Stato come datore di lavoro. Neanche un settore privato in piena salute riuscirebbe ad assorbire le centinaia di migliaia di aspiranti lavoratori che una volta venivano assorbiti dalla macchina pubblica.
  3. Non è un Paese per imprenditori. Nonostante il problema sia stato affrontato e discusso in centinaia di discussioni parlamentari e riunioni ministeriali, nulla è stato fatto per rendere più semplice fare impresa in Italia. Le lungaggini burocratico-amministrative, la tassazione esosa e l’altissimo costo del lavoro rispetto al tasso di produttività scoraggiano qualunque aspirante investitore a far nascere e crescere un’azienda nel nostro Paese. Anzi, incoraggia chi è già presente sul territorio a fuggirne.
Questioni di soluzione difficile, soprattutto per un governo occupato a superare una crisi tutta politica, lontana anni luce dalle emergenze affrontate dal Paese. Sono già lontani i giorni del governo Monti, quando se non altro il presidente del Consiglio si occupava dei problemi del Paese e non di quelli di un solo cittadino.
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