Con Renzi parte il governo di Sanremo. Ecco perché

18 febbraio 2014 ore 10:51, Fabio Torriero
Con Renzi parte il governo di Sanremo. Ecco perché
Ecco a voi il governo di Sanremo. Parte (puntuale) il Festival e parte pure (con qualche ritardo “riflessivo”) il governo Renzi. Matteo come Fabio Fazio, Napolitano come la Littizzetto.
In comune hanno la realtà virtuale, l’appartenenza elitaria, il dna progressista, il verticismo, l’ironia pelosa e la permalosità. In comune avranno il programma (politico-musicale): buonismo da Mulino Bianco, lavoro, crisi economica e unioni gay. In comune avranno i cantanti-ministri e gli ospiti-ministri: Emma Bonino-Raffaella Carrà, M. Elena Boschi-Letizia Casta, Fabrizio Barca-Gino Paoli, Dario Franceschini-Luca Zingaretti, Roberta Pinotti-Arisa, Paola Severino-Noemi, Graziano Del Rio-Ron, Franco Bernabé-Terence Hill etc. ... e la scaLetta. Come il Festival delle canzonette, Matteo dovrà fare almeno nella serata iniziale (tradotto, i famosi primi 100 giorni) un vero “big-bang” (parafrasando la sua Fondazione), fuochi d’artificio, effetti speciali: cioè un programma meraviglioso, presentando uomini meravigliosi.
Con Renzi parte il governo di Sanremo. Ecco perché
Con Renzi parte il governo di Sanremo. Ecco perché
Ed è obbligato a farlo, visto che non ha potuto rottamare il ceto politico beneficiato dal Porcellum, e la vecchia nomenklatura del suo partito che notoriamente divora, come Crono, i suoi figli (la sindrome Veltroni); visto che dovrà convivere, lui rottamatore con i rottamati e rottamandi dell’odiato ceto dirigente; e visto i tanti no eccellenti che ha ricevuto, in queste ultime ore, per impreziosire esteticamente la sua nuova squadra. Renzi ha poco tempo (e lo sa) e dovrà metterci tutta la sua “energia” e tutto il suo “impegno” (parole-chiave usate uscendo dal Quirinale), per essere all’altezza delle aspirazioni che ha generato da mesi e mesi. E per attenuare una delusione ormai, sempre più palpabile, serpeggiante, presso il Paese, il Palazzo, e in primis, presso i suoi elettori e militanti del Pd.Non a caso, infatti, lo striscione pro-Enrico, affisso dagli attivisti di Testaccio, storicamente tosti, duri e puri, davanti casa dell’ex premier è emblematico: la base non ha digerito i modi e le modalità con cui Renzi ha preso lo scettro. Ben altra doveva essere la strada: elezioni col nuovo sistema elettorale, maggioranza certa e governo omogeneo di centro-sinistra. Invece, si è visto il peggio della prima e della seconda Repubblica insieme: una crisi extraparlamentare consumata all’ombra di una direzione di partito e non di Camera e Senato (Pd uguale Dc); e la solita defenestrazione ordita dall’alto, tra Napolitano e i poteri che sponsorizzano la sua Fondazione. Un mix di Fiat, Della Valle, Confindustria, Tav e Unicredit, ardimentosi di salire in sella e gestire la nostra economia. Prima delle Europee. E ancora (tanto per complicare ulteriormente le cose): Palazzo Chigi sarà il crocevia di due governi: uno con una maggioranza-fotocopia di Letta (il nuovo governo si può chiamare per questo governo Retta o governo Lenzi), aperta a Ncd e Scelta Civica; e l’altra estesa a Silvio sulle riforme. In tutti e due i casi Ncd sarà emarginato: sacrificato sull’altare della discontinuità programmatica di Matteo che virerà, orienterà le ricette economiche e politiche decisamente verso sinistra; e preferirà Silvio nella scrittura delle nuove regole istituzionali. Sì perché, l’unica rottamazione che Renzi cercherà di realizzare sarà contro le vecchie idee. Di destra e sinistra.
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