Elezioni iraniane. E se si finisse con il rimpiangere Ahmadinejad, il "can che abbaiava ma non mordeva"?

18 giugno 2013 ore 10:13, intelligo
Elezioni iraniane. E se si finisse con il rimpiangere Ahmadinejad, il 'can che abbaiava ma non mordeva'?
di Andrea Marcigliano L’elezione di Hassan Rohani alla Presidenza della Repubblica Islamica dell’Iran ha suscitato sui media occidentali in generale e su quelli italiani, sempre un passo avanti agli altri, in particolare, entusiasmi che definire “facili” appare ancora eufemistico. Per carità, le dichiarazioni della Segreteria di Stato statunitense e, in coda, di tutte le principali Cancellerie europee sono, almeno in superficie, apparse tali da giustificare tali e tanti entusiasmi. Così il sessantaquattrenne Rohani, che veste, in pubblico, rigorosamente tradizionale degli sciiti osservanti, è stato ritratto, di volta in volta, come un riformista, un uomo aperto al dialogo con l’Occidente, addirittura un “uomo di pace” disponibile a cassare la minacciosa pratica del nucleare iraniano. Unica voce dissonante quella giunta da Gerusalemme del premier Netanyahu, che, semplicemente, ha dichiarato “Non ci fidiamo.” Una dichiarazione che dovrebbe far rizzare le orecchie a molti. Infatti l’ottimo Bibi ha, certamente, una conoscenza della realtà della politica iraniana ben superiore, più dettagliata ed approfondita di tanti altri leader occidentali, in testa lo stesso Obama, non nuovo ad aperture di credito poi rivelatesi tragicamente fallimentari. Il fatto è che il Mossad, l’intelligence israeliano, è molto ben radicato ed organizzato in tutto il Grande Medio Oriente, e soprattutto fornisce al governo di Gerusalemme informazioni che rispecchiano la realtà senza tener alcun conto – come invece pare spesso avvenire dalle parti di Langley – dei desideri e delle fantasie dei politici di vertice. E a realtà iraniana è ben altra cosa da quella che troppi nostri media stanno dipingendo a tinte rose in questi giiorni. Una realtà politica ed istituzionale complessa, che va letta, però, nel suo specifico contesto, senza le lenti deformanti della nostra cultura politica. Perché ‘Iran non è una satrapia o una dittatura medio-orientale, bensì una Repubblica con un suo articolato sistema costituzionale ed istituzionale, con una, spesso dura, dialettica interna fra i partiti e le fazioni, che rappresentano le diverse sfaccettature del prisma iraniano sia sotto il profilo delle concezioni politiche, sia sotto quello, fondamentale ed intricato, dei gruppi di interesse economico. Ed è in questa ottica che si deve leggere l’elezione di Rohani. Che rappresenta, certo, un forte elemento di discontinuità con il suo predecessore, Ahmadinejad, ma non è detto che, per questo, si debba considerare un amico dell’Occidente, o semplicemente un cliente più facile d trattare. Infatti, Rohani è stato appoggiat dal, potente ed influent “partito de bazari”, ovvero dei grandi mercanti che, tradizionalmente, costituiscono l’ossatura economica della Repubblica Islamica. Fazione, il cui vero leader è il vecchio Rafsanjani, da tempo in conflitto con il gruppo di potere strutturatosi intorno a Ahmadinejad, leader della milizia dei basiji che, però, oltre ad essere una forte milizia armata, controllano anche una notevole fetta dell’economia iraniana, in particolare nel settore del gas e del petrolio. Si sa che Ahmadinejad stava conducendo l’Iran in quel Cartello del Gas costruito dal leader russo Putin in accordo con, fra gli altri, Algeria e Venezuela. Un accordo che avrebbe favorito gli interessi ei suoi “amici”, ma danneggiato quello dei bazari che puntano ad una revoca delle sanzioni e a poter riaffacciarsi sui mercati internazionali. Inoltre Ahmadinejad era entrato in duro contrasto con la Guida Suprema, l’ayatollah Alì Khamenei, spigendo l’acceleratore sul pedale di un sempre più acceso nazionalismo pan-iranista, con il recupero dei miti della Persia imperiale e delle chiare venature di populismo sociale. L’esatto opposto della visione del vecchio ayatollah, che non recede dalla concezione dell’Umma, ovvera della comunità di tutti i musulmani sciiti, come unico fondamento, religioso e politico insieme, della Repubblica Islamica. E, per di più, è tradizionalmente legato alle élite di proprietari terrieri che il populismo dell’ormai ex Presidente vedevano come il fumo negli occhi. Ora, Khamenei è certo una figura ben più scialba del grande ayatollah Khomeini di cui è divenuto il successore più per le gabole interne nelle gerarchie religiose iraniane che per effettiva autorevolezza, però esercita ancora un’indubbia influenza sia nel paese, che nel Consiglio dei Guardiani, l’organo cui la costituzione attribuisce il compito di sorvegliare la “legittimità rivoluzionaria ed islamica” di tutte le azioni del governo. E, soprattutto, di vagliare e validare le candidature alla Presidenza. Così i Guardiani hanno sistematicamente impallinato ogni candidato che potesse rappresentare la continuità con Ahmadinejad, favorendo l’ascesa di Rohani di fatto per mancanza di veri concorrenti. Rohani che, al di là di un certo pragmatismo che gli vieta di lasciarsi andare a discorsi truculenti e minacciosi secondo lo stile del suo predecessore, non pare affatto intenzionato, innanzi tutto, a recedere dal progetto nucleare, né più disponibile ad un effettivo dialogo con l’Occidente e, soprattutto con Israele. Di qui la diffidenza di Netanyahu, che teme di dovere, tra un po’, rimpiangere addirittura Ahmadinejad, il "can che abbaiava" ma, in fondo, non mordeva davvero.
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