E ora Bersani pigliatutto farà un governo Crocetta, ma cederà un moderato al Colle. E Napolitano?

18 marzo 2013 ore 12:35, Fabio Torriero
E ora Bersani pigliatutto farà un governo Crocetta, ma cederà un moderato al Colle. E Napolitano?
Non vorremmo stare al posto del presidente della Repubblica. Diviso tra il mito onirico dell’unità nazionale (il 152esimo anniversario) e la desolante realtà istituzionale.
Certo, Napolitano vorrebbe qualche garanzia numerica da Bersani (a cui assegnerà il mandato esplorativo), sapendo benissimo che la soluzione sarebbe stata un governo di convergenza nazionale, a tempo, di scopo, per realizzare le riforme più importanti, i provvedimenti economici basilari, l’azzeramento dei costi della politica (in funzione asciuga-grillini) e la riforma del sistema elettorale; per poi tornare al voto (un governo modello-Dini o simil-Monti, guidato da Passera, Visco, Saccomanni, la Finocchiaro, qualora avesse raggiunto il massimo scranno di Palazzo Madama). Invece, dovrà accontentarsi di un governicchio, delle piccole intese, figlio di una logica d’occupazione ideologica, vecchia scuola Pci. Ma torniamo ai numeri. Le sorti dell’Italia, della diciassettesima legislatura (numero che, a questo punto, non porta molto fortuna), le sorti del futuro governo, sono passate dunque per il tempo della votazione al Senato; appese non tanto alla matematica, ma al segreto dell’urna (visto che il voto per il ballottaggio al Senato, come noto, è segreto). Cioè, agli irregolari, ai ribelli, alle quinte colonne, a coloro che hanno disobbedito alla disciplina di partito, alle indicazioni dei vertici. E il segreto dell’urna, anzi, il verdetto è stato chiaro: anche per la seconda carica dello Stato ha prevalso un uomo del centro-sinistra: Pietro Grasso, pm ex centrista, poi furbescamente convertito sulla via sinistra di Damasco. Perché insistiamo sul Senato? Perché tale nomina ha sancito il passaggio dal piano-A al piano-B. L’atto di forza, il ricatto “minoritario” di Bersani sono andati a segno. Il dato è semplice: con l’elezione della Boldrini alla Camera e di Grasso al Senato, l’asse politico si è spostato a sinistra, anzi, all’estrema sinistra. Basti decodificare il proclama della Boldrini, un autentico manifesto ideologico governativo “vendoliano”, mistico-progressista, visionario (i diritti dell’Onu trasferitisi enfaticamente a Montecitorio), più che un messaggio da presidente della Camera, con attenzione al lavoro da fare, la trasparenza da imporre etc. Adesso si procederà verso un governo di minoranza modello-Crocetta, con Bersani bandiera del teorema “giacobino-vendicativo (antiberlusconiano)”, dell’asso piglia tutto. Un atteggiamento, il suo e del Pd, non nuovo: come nel 2006, i “neo-post-comunisti” si accontentano dello 0.5% per vincere, si accontentano di due voti in più per governare.  Dunque Bersani (mandato esplorativo) tenterà un governo Pd-Sel, maggioritario alla Camera, ma zoppicante al Senato, dove, in un quadro da far west, dovrà contare sull’appoggio (“volta per volta”) di qualche grillino e montiano indipendente. E per garantirsi qualche mese, cederà un moderato per il Colle (Fine dei giochi per D’Alema, riciccia Monti?). La sua speranza è l’erosione del Pdl, dei grillini (che col voto di sabato, per Grasso, hanno già evidenziato le loro lacune strutturali e organizzative. La dittatura di Casaleggio e Grillo sta cominciando la parabola discendente. Logico che i due guru avrebbero preferito un inciucio tra Pd e Pdl: per incassare lo sdegno della società civile al prossimo giro). Il tutto si muoverà, infatti, all’interno di uno scenario di estrema radicalizzazione della politica: i partiti più grandi (Pd, Pdl, Grillo) vivranno questi pochi mesi di legislatura, come una grande, infinita, campagna elettorale. Nessuno penserà a costruire, alla responsabilità, ai rischi economici dell’instabilità: da destra a sinistra, cercheranno di alzare il tiro per monetizzare il più possibile il ritorno alle urne. Il Pd sarà convinto di prendere più voti, Berlusconi pure, Grillo addirittura di sbancare, come Mussolini nel 1924. La verità è che nessuno prenderà la maggioranza assoluta, e staremo punto e a capo. Domanda: ma a nessuno viene in mente che il presidente non può sciogliere le Camere in pieno semestre bianco? E possibile che a nessuno venga in mente che il prossimo presidente non potrà (per motivi di opportunità) sciogliere subito quelle Camere che lo avranno scelto (senza delegittimarsi a sua volta?). E’ vero che non siamo in una Repubblica presidenziale, ma tant’è.
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