Egitto. Presidenziali: ritorna l’epopea dei generali al potere?

18 marzo 2014 ore 10:43, Americo Mascarucci
Egitto. Presidenziali: ritorna l’epopea dei generali al potere?
Sembra ormai certo che il generale Al Sisi sarà il candidato alle presidenziali egiziane con la sicurezza della vittoria. Dopo aver messo al bando i Fratelli Musulmani
, l’uomo forte del nuovo Egitto, il capo supremo dell’esercito, attuale ministro della Difesa nella giunta militare che ha assunto il potere in seguito al golpe che ha deposto l’ex presidente islamista Morsi, sembra non avere rivali nella scalata al potere. Secondo i sondaggi è pronto a vincere di misura con il consenso della maggioranza degli egiziani desiderosa di ritornare presto alla normalità. Per riportare l’ordine in Egitto e mettere fine al caos creato dagli islamisti fedeli a Morsi serve un uomo di polso, un militare, un nuovo Nasser; e poco importa se l’elezione di Al Sisi alla presidenza sarà la legittimazione di un nuovo regime autoritario pressoché identico a quello di Mubarak. E difatti i giovani della primavera araba, gli stessi giovani che sono scesi in piazza animati dal desiderio di libertà e di democrazia e hanno posto fine all’egemonia dell’ex “faraone”, guardano con grande diffidenza alla conquista del potere da parte di Al Sisi. E’ vero, la stragrande maggioranza di coloro che hanno animato la primavera araba anti Mubarak hanno plaudito al golpe militare che ha deposto Morsi ed ha interrotto la breve esperienza di governo della Fratellanza Musulmana. L’idea di stato propugnata dai Fratelli era infatti incompatibile con l’idea di stato laico e democratico per cui tanti si erano battuti nelle piazze. Morsi aveva vinto le prime elezioni libere del dopo Mubarak ma questo era avvenuto perché i Fratelli Musulmani erano la forza politica meglio organizzata, la sola forse in grado di affrontare le elezioni in condizioni di completa frammentazione. Molti speravano che una volta rovesciato il regime islamista, i generali si fossero limitati a riportare l’ordine nel Paese e ad indire nuove elezioni. La discesa in campo di Al Sisi rappresenta l’alba di un nuovo regime militare e dunque non propriamente il progetto di quella democrazia costituzionale che l’anima liberale della primavera aveva sognato. In più Al Sisi appare sempre di più come l’uomo di Ryad visto che l’Arabia Saudita sta sostenendo economicamente la ripresa economica dell’Egitto. I dollari sauditi piovuti nelle casse esangui dell’Egitto suonano tanto come il preludio di una nuova sudditanza nei confronti della potente monarchia alawita, la stessa che per anni, esercitando un fortissimo ascendente su Mubarak, ha di fatto condizionato la politica estera egiziana. Insomma, alla fine ritorna l’epopea dei generali al potere iniziata con Nasser nei primi anni cinquanta e proseguita poi con Sadat e Mubarak fino alla primavera del 2011. Finisce così il sogno del nuovo Egitto, un Paese che desideroso di democrazia si è ritrovato a dover scegliere fra una repubblica islamica ed un regime militare. Con buona pace dei tanti osservatori internazionali convinti che le primavere arabe avrebbero cambiato il volto del Medio Oriente. Peccato che se lo hanno davvero cambiato, è stato soltanto in peggio.  
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