Caso Fassina, Donati (Pd): «Nessun terremoto sul governo. Tagliare di meno la spesa significa aumentare le tasse. Monti mi ha sorpreso...»

18 ottobre 2013 ore 13:45, Lucia Bigozzi
Caso Fassina, Donati (Pd): «Nessun terremoto sul governo. Tagliare di meno la spesa significa aumentare le tasse. Monti mi ha sorpreso...»
Le dimissioni annunciate da Fassina: “Se confermate non avranno effetti sulla tenuta del governo”. Legge di stabilità: “La spesa pubblica non può essere un mantra”. Congresso Pd: “Dovrà emergere la linea politica del partito. Bene la rivoluzione di Renzi”. Tre titoli che Marco Donati, parlamentare dem e renziano doc, declina a Intelligonews, senza sottrarsi sulle divisioni interne al Pd.
Onorevole Donati, ci sarà un effetto-Fassina sul governo? «Fassina è una figura di rilievo del Pd ma non credo che, dopo la questione della sfiducia-fiducia di Berlusconi alla quale abbiamo assistito, questa vicenda possa terremotare la stabilità dell’esecutivo a tal punto da metterne a rischio il lavoro che è chiamato a fare». Fassina si lamenta per la scarsa collegialità sulla legge economico-finanziaria e contesta i troppi tagli alla spesa pubblica. Come valuta quest’ultimo punto? «La posizione del viceministro sulla spesa pubblica è nota da tempo ed ha avuto modo di ribadirla quando ha incontrato noi deputati nelle commissioni economiche. Il tema vero è che la spesa pubblica non può essere un mantra. Abbiamo una spesa pubblica pari a circa 800 miliardi: va fatta un’analisi attenta ma ritengo che il governo debba necessariamente procedere sulla strada della riduzione, adottando provvedimenti che aggrediscono sprechi e inefficienze. Non è possibile che per tagliare meno la spesa pubblica si alzi la pressione fiscale su imprese e famiglie». Mi dica un settore sul quale sforbiciare di più. «Occorre agire sull’efficienza della macchina ministeriale, anche perché i Comuni con le varie spending review e patti di stabilità, hanno già dato. Insomma, è sul sistema centrale che bisogna intervenire; certo sarà un percorso graduale ma secondo le stime di parlamentari più autorevoli di me come il collega Gutgeld si possono recuperare risorse fondamentali: 20 miliardi in quattro anni sulla riduzione della spesa pubblica e 4-5 miliardi all’anno su una gestione efficiente delle risorse. Su questo dobbiamo ragionare e lo faremo quando i numeri della manovra arriveranno in Parlamento». Renzi invoca una rivoluzione a tutto campo: fisco, lavoro, norme sul lavoro come in Germania. Come è possibile trovare una sintesi se le visioni sono così distanti dentro il Pd? «Nel Pd ci sono posizioni differenti riconducibili da un lato a una politica di derivazione veltroniana ai tempi del Lingotto con un forte approccio riformista; dall’altro una visione secondo me più ancorata al passato. Ma questo sarà oggetto del dibattito congressuale. Renzi è l’erede di un partito a vocazione maggioritaria, riformista che rispetto ad alcune vicende della storia di questo paese, rilancia la necessità di una rivoluzione a 360 gradi, anche sul piano culturale». Il j’accuse del sindaco-rottamatore alle banche dice di un Renzi che guarda a sinistra in chiave anti-Cuperlo? «No. Io credo che strizzi l’occhio alle imprese, alle famiglie più che alla sinistra del partito. Renzi guarda a chi dà lavoro, ai ceti produttivi che oggi hanno maestranze di elevato livello professionale con prodotti esportati in tutto il mondo e oggi hanno difficoltà per accedere al credito. Renzi intende riportare l’attenzione sulla economia reale, ben lontana da quella della grande finanza, interpretando le esigenze di larga parte dei cittadini, compresa la maggioranza degli elettori del Pd». Però nella legge di stabilità sarebbe previsto un miliardo di agevolazioni fiscali per le banche. Tre partiti in uno? «Purtroppo scontiamo il gap di un linea politica non chiara nel nostro partito e il congresso sarà l’occasione fondamentale per delinearla e consolidarla. Nel merito, il governo ha sempre detto che il parlamento avrà un ruolo centrale nella discussione sulla legge di stabilità e dunque ci sarà la possibilità di migliorare e rivedere alcuni passaggi del testo come quello sulle banche nel contesto di una legge molto delicata all’interno della quale ogni azione va valutata con serietà e attenzione. Il tutto con un approccio laico». Al congresso ci sarà il partito dei sindaci contro quello della nomenclatura? «Con la riforma della legge elettorale, i sindaci eletti direttamente dai cittadini sono cambiate molte cose. I sindaci hanno una forte rappresentatività che a volte può contrapporli alle logiche dei partiti soprattutto perché sono loro a svolgere quel ruolo di cinghia di trasmissione con la gente che negli ultimi anni i partiti hanno perso. In questo senso credo che i sindaci vadano ritenuti interpreti autorevoli dei bisogni della gente e dei territori, non a caso in parlamento nei banchi del Pd siedono molti colleghi amministratori anche se a mio avviso, va fatto di più». Brunetta chiede la cabina di regia sulla legge di stabilità. Che ne pensa? «Il governo delle larghe intese, fino a prova contraria, è rappresentativo anche del Pdl. Più che di cabina di regia, il Pdl dovrebbe chiarire prima di tutto a se stesso se intende seriamente sostenere l’esecutivo, senza ricatti come la finta sfiducia di Berlusconi, o provocazioni quotidiane». Le dimissioni di Monti da Sc avranno effetti sulla tenuta delle larghe intese? «E’ difficile dirlo adesso e personalmente ho difficoltà a occuparmi di questioni che riguardano altri partiti. Scelta Civica esprime un gruppo parlamentare che sostiene il governo in maniera convinta e continuerà a farlo. Certo, è una vicenda che ha sorpreso tutti dal punto di vista politico ma ritengo che, almeno a breve, ripercussioni sul governo».
autore / Lucia Bigozzi
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