Martuccelli (Anbi): “L’Italia ogni novembre va sott’acqua. Ventidue milioni di persone a rischio idrogeologico”

19 novembre 2013 ore 16:31, Lucia Bigozzi
Martuccelli (Anbi): “L’Italia ogni novembre va sott’acqua. Ventidue milioni di persone a rischio idrogeologico”
“L’Italia a novembre va sott’acqua. Così dal dopoguerra: eppure ancora non si è compreso che la messa in sicurezza del territorio dal rischio idrogeologico è la priorità”. “In Sardegna situazione drammatica, con previsioni meteo che potrebbero peggiorare. I problemi irrisolti del territorio sono quelli di tutto il paese”. Anna Maria Martuccelli è il direttore dell’Associazione nazionale Bonifiche e Irrigazioni; insieme al presidente Massimo Gargano lancia l’allarme su quello che la politica sta sottovalutando da troppo tempo, e a Intelligonews spiega cosa non è stato fatto e cosa c’è da fare.
Avvocato Martuccelli, partiamo dalla cronaca: lei è in contatto con la Sardegna. Quali aggiornamenti avete? «Gli ultimi dati di questa mattina ci dicono che le zone interessate in particolare, sono le zone di Oristano, Nuoro e della Gallura. Ci dicono peraltro che ci sono previsioni di peggioramento nel corso della giornata. C’è una situazione di pericolo diffuso su questi territori: fiumi in piena, frane, torrenti che straripano, ponti crollati e soprattutto vite umane che, come sappiamo, da ieri sera abbiamo perso. E’ un bilancio estremamente preoccupante e attesta la gravità di una situazione permanente, perché abbiamo notizie di strade interrotte e collegamenti difficili. C’è una situazione di particolare disagio per la popolazione e di pericolo perché la preoccupazione che possa ripetersi un tifone come quello che si è abbattuto sulla Sardegna preoccupa enormemente». Quali sono i problemi irrisolti di quel territorio? «I problemi irrisolti sono tali in tutto il paese, perché il dissesto idrogeologico è ormai una ferita dell’Italia da molti anni. In tutto il paese abbiamo una vulnerabilità del territorio estremamente diffusa. Pensi che i dati delle ultime ricerche eseguite in Italia ci dicono che 22 milioni di persone abitano in zone a rischio idrogeologico medio e 6 milioni in zone ad altro rischio idrogeologico. Si calcola che gli edifici a rischio frane e alluvioni sono 1 milione e 260 mila e di questi oltre seimila sono scuole e 531 sono ospedali. Ogni anno a novembre siamo sott’acqua. Se consideriamo l’alluvione del Polesine nel 1951 vediamo come ogni anno in questo mese finiamo sott’acqua con danni enormi, a volte devastanti. Gli eventi naturali come le alluvioni – come scrivono gli scienziati ma anche la direttiva europea del 2007 non sono eliminabili, per questo serve una corretta difesa del suolo». Cosa si può fare in concreto? E cosa non è stato fatto? «Si può intervenire per ridurre le conseguenze negative con una costante azione di manutenzione del territorio e un corretto uso del suolo: un binomio inscindibile per garantire la sicurezza idrogeologica cui si aggiungono le regole, affinchè non si costruisca dove c’è il rischio idraulico. Ogni progetto deve essere accompagnato da una perizia di compatibilità idraulica». Perché siamo sempre a fare i conti con l’ennesima calamità naturale, i disastri e le morti che provoca? Perché siamo sempre a rincorrere l’emergenza? «Perché negli ultimi anni interveniamo solo in fase di emergenza attraverso la Protezione Civile ma abbiamo rinunciato a una politica organica di messa in sicurezza del territorio attraverso la manutenzione per garantire le condizioni di conservazione del suolo, indispensabili per la vita civile e per le attività produttive». Il presidente dell’Anbi Gargano ha lanciato un duro atto di accusa alla politica che non fa il suo mestiere e ai governi che finora hanno sottovalutato il rischio idrogeologico: dalle vostre stime, riparare i danni delle calamità costa allo Stato lo 0,7 per cento del Pdl, tre miliardi e mezzo dal dopoguerra ad oggi. Secondo lei da cosa dipende questa sottovalutazione? «Esistono una serie di cause tra loro interferenti. La prima è che nel nostro paese non sono state ancora istituite, come previsto dalla direttiva Ue e dalle leggi italiane, le Autorità di Distretto idrografico. La politica per la difesa del suolo va realizzata per bacini idrografici, non per confini amministrativi. In sostanza, un assetto istituzionale del paese che dovrebbe vedere il ministero dell’Ambiente, le Autorità di Distretto idrografico e le regioni al quale è mancato un anello. Sono rimaste in vigore le Autorità di bacino istituite nel ’90 ma non sono state adeguate ai nuovi principi. E’ un problema di definizione di competenze a livello di ordinamento della pubblica amministrazione e da lì dipende la programmazione. In secondo luogo non si è programmato idoneamente e non sono state destinate le risorse necessarie». Nel 2012 però si è tentato di cambiare rotta. Con quali risultati? «E' stato avviato un percorso attraverso una serie di accordi Stato-Regioni per la difesa idrogeologica, sottoscritti da tutte le Regioni ma sono rimasti inattuati e le risorse finanziarie che servivano per le azioni previste negli accordi sono state poi destinate ad altri fini. Le condizioni della finanzia pubblica hanno inciso negativamente su questo, per cui non è stata riconosciuta la priorità strategica al paese e a interventi di difesa del suolo. La situazione si aggrava e quanto più si aggrava, tanto più servono risorse per intervenire». Ma chi è che oggi fa qualcosa per la salvaguardia del territorio? «Gli unici soggetti che garantiscono manutenzione ordinaria sono i Consorzi di bonifica nell’ambito del loro territorio. Attraverso la contribuzione dei consorziati provvedono, secondo quanto previsto dalle leggi, alla manutenzione ordinaria ma qui serve quella straordinaria che deve essere a carico del pubblico. In altre parole: serve un piano organico di manutenzione». La sua associazione ogni anno presenta il Piano per la mitigazione del rischio idrogeologico. Con quali risposte da parte della politica e delle istituzioni? «Come Anbi abbiamo proposti piani che raggruppano una serie di azioni necessarie attraverso la manutenzione straordinaria, individuando regione per regione importi e interventi. Ma questo piano, tra l’altro con progetti cantierabili da realizzare in fretta da parte dei Consorzi, prevede un importo complessivo di 7 milioni e 409 mila euro, ma i soldi non ci sono». Governi, d’accordo. Ma ci sono responsabilità anche a livello locale: Regioni, Province e Comuni? «Per poter dare una risposta bisognerebbe vivere sui singoli territori. I Comuni avvertono lo stesso disagio nostro. Come AQnbi abbiamo sottoscritto un protocollo di intesa con l’Anci e siamo pronti a collaborare con loro, ma anche qui il patto di stabilità limita moltissimo, in termini di risorse, le azioni necessarie». In parlamento è cambiato qualcosa? «Dico la verità: in parlamento c’è molta sensibilità su questo problema. C’è stato un ordine del giorno unitario delle forze politiche in cui è stato riconosciuta la priorità degli interventi di manutenzione del territorio. Lo stesso presidente del Consiglio Letta ne ha parlato quando ha illustrato il programma di governo. Mancano però le azioni conseguenti, i provvedimenti per poter iniziare a fare». Prevenzione, una bella parola alla quale però corrispondono pochi effetti. Per quale motivo secondo lei? In tempi di crisi può essere un’opportunità occupazionale? «Non c’è dubbio che rappresenti un’opportunità occupazionale oltre ai benefici per il territorio. Il problema è la mancanza di una organica politica territoriale per ridurre il rischio idraulico e la mancanza di risorse. I soggetti per farlo ci sono: i Consorzi di bonifica hanno professionalità, conoscenza del territorio ma occorre metterli in condizione di realizzare gli interventi». Nella legge di stabilità per la salvaguardia del territorio sono stati destinati 30 milioni per il 2014. Domanda retorica: sono sufficienti? «Le risorse sono del tutto insufficienti. In verità la legge di stabilità prevede due cose. La prima: riattivare gli accordi Stato-Regioni per recuperare le risorse che vi erano state destinate. La seconda: le nuove risorse. Per il 2014 sono stati previsti solo 30 milioni di euro. Magari si riuscisse a recuperare quelle dei precedenti accordi che complessivamente ammontavano a circa un milione di euro. La legge stabilità è in corso di esame, vedremo poi come sarà la versione definitiva». Cosa chiede l’Anbi al premier Letta? «Una politica che metta tra le priorità la sicurezza territoriale e la sicurezza alimentare attraverso la garanzia di disponibilità e di uso razionale delle acque irrigue».
autore / Lucia Bigozzi
Lucia Bigozzi
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