Numeri al Letta: ecco tutte le date e le cifre (in rosso) nel calendario del premier

02 dicembre 2013 ore 18:12, Lucia Bigozzi
Numeri al Letta: ecco tutte le date e le cifre (in rosso) nel calendario del premier
Settimana di numeri. Per Letta e per Napolitano. Per la legge di stabilità al “voto” europeo. Per Renzi, Cuperlo e Civati ma anche per Bossi e Salvini: tutti alla prova dei congressi. Numeri governativi e numeri parlamentari.
SUMMIT LETTA-NAPOLITANO. Certificare la fine delle larghe intese e l’inizio di quelle “strette ma stabili” non è e non sarà un semplice atto notarile. La politica ormai in campagna elettorale permanente non lo consente. O meglio, i delicati equilibri della nuova maggioranza, il quadro che si disvelerà dall’8 dicembre dentro il Pd e tra il Pd e il governo, e i nuovi assetti della strana opposizione Berlusconi-Grillo, impongono passi felpati, dosaggi attenti. Napolitano ha accolto – in parte - la richiesta della delegazione forzista che in realtà spingeva per le dimissioni di Letta e un nuovo reincarico con annesso voto di fiducia. No, Letta resta al suo posto ma se la maggioranza non è più la stessa, il passaggio parlamentare è un atto istituzionalmente dovuto. Oggi nel faccia a faccia premier-capo dello Stato si dovrà decidere sul come, visto che sul quando l’inquilino di Palazzo Chigi si è già pronunciato. Verifica parlamentare? La strada sembra questa: i numeri ci sono. Al Senato le trenta “sentinelle” pro-stabilità alfaniane sono un argine alle picconate di Berlusconi che ha già detto no alla fiducia sulla legge di stabilità e a quelle dei pentastellati. Ma solo coi numeri la navigazione resta a vista. E’ probabile che ai numeri Letta e Napolitano debbano aggiungere la sostanza, soprattutto per calmierare la pattuglia dei renziani che sulla scia degli ultimatum del sindaco-rottamatore puntano i piedi su un’agenda di governo più coraggiosa. La sostanza è questa: provvedimenti nero su bianco per il 2014, con relative coperture finanziarie certe e … stabili. Resta da capire se la linea intransigente di Renzi è la chiave per portare a casa il bottino maggiore dalle urne congressuali o se invece, a urne chiuse, diventerà un nuovo “tormentone” per il premier. LEGGE ELETTORALE: CONSULTA A “VERDETTO”. Domani è il d-day. Dopo le capriole e i tripli salti carpiati delle forze politiche sulla riforma del Porcellum – con in predicato il famoso Comitato dei 40 finito nel mirino dei berluscones – la Corte Costituzionale si pronuncerà sul ricorso che pone tre questioni: premio di maggioranza, rappresentatività eletto-elettore e maggioranze non omogenee tra Camera e Senato. Secondo gli spifferi di Intelligonews è possibile che la Corte accolga il ricorso e si prenda qualche settimana per decidere. In quel caso, il parlamento dovrebbe accelerare quello che per ragioni politiche diverse finora è stato rallentato. Se invece la “sentenza” dovesse bocciare l’attuale sistema di voto, potrebbe tornare in vita la legge Mattarella sulla quale convergono Sc, Pd e Lega. Intanto al Senato si riprende in mano l’ordine del giorno sul Mattarellum ma le posizioni tra i partiti restano distanti ed è possibile che alla fine, si preferisca attendere la decisione dei togati per poi attrezzarsi. MERCOLEDI’ FACCIA A FACCIA LETTA-VAN ROMPUY. Un nuovo “esame” per Enrico Letta. Già due settimane fa l’Eurozona ha mostrato il pollice verso sulla legge di stabilità e non è un gran bel segnale. A preoccupare Bruxelles sono i numeri del rigore, evidentemente non ancora sufficienti, delle riforme strutturali troppo “timide” e di un taglio della spesa pubblica “poco convincente”. Insomma per l’Ue l’Italia deve fare di più e meglio. Letta dovrà convincere un esigente Van Rompuy, presidente del Consiglio europeo, e soprattutto dovrà squadernare numeri (guarda caso) più che convincenti. Quelli a copertura della cancellazione dell’Imu non sembrano aver sortito grandi effetti Oltralpe. Anche perché c’è chi in Europa vorrebbe agitare lo spettro della Troika e in Italia c’è già chi agita quello dell’antieuropeismo (Grillo e Berlusconi). I numeri “salveranno” Letta? 7 DICEMBRE, LEGA A CONGRESSO. Salvini vs Bossi. Nuova e vecchia guardia: c’entra l’anagrafe ma c’entrano anche due visioni diverse di politica. Salvini che ha dalla sua Maroni e i maroniani, oltre a una folta schiera di leghisti che dopo la vicenda delle “spese pazze” hanno scelto le ramazze di Bobo, incarna il modello “Lega di lotta”. Il Senatur che al governo c’è stato sa che le battaglie si possono vincere anche a Roma. Deluso pure lui, per carità, come del resto più volte ha detto eppure il suo è un profilo più “istituzionale” e votato alle Riforme (essendo stato anche ministro ad hoc). L’esito del congresso non cambierà l’opposizione al governo Letta dei padani e tuttavia gli emissari del premier potrebbero “sondare” l’apertura di un canale di dialogo. Obiettivo: convergenza su alcuni dossier, collaborazione sulle cose. Che è poi un modo per mettersi al riparo per quello che si potrà, da “agguati parlamentari”. Vedremo se ai desiderata dei lettiani corrisponderà quello del successore di Maroni. 9 DICEMBRE, PATTO LETTA-RENZI? Nel quartier generale del Nazareno si fa il tifo per la “soluzione delle soluzioni”: un patto tra segretario e premier. Non è scontato. Per usare una metafora, Letta e Renzi (se Matteo sarà segretario) sono due galli nello stesso pollaio. Convivenza difficile, battibecco quotidiano assicurato. Renzi sarà alle prese coi lacci e lacciuoli degli equilibri interni al partito con Cuperlo (alias dalemiani e bersaniani) che gli starà col fiato sul collo specialmente sulla composizione della segreteria e degli organismi decisionali (assemblea e direzione nazionale). Regole e numeri, anche qui. Renzi sa di non potersi permettere una cottura a fuoco lento: se il governo, come pare, durerà fino al 2105, dovrà capitalizzare al massimo l’esito delle primarie. Numeri e ancora numeri. Se l’assemblea degli iscritti sta 39 a 46 (per cento) a favore del sindaco-rottamatore, cui va aggiunto il 9 per cento di Civati, Renzi deve uscire dalle primarie con una vittoria sopra il 60 per cento. E per farlo – visto che gode di un consenso diffuso soprattutto tra gli elettori non iscritti – ha bisogno che alle urne il popolo del Pd vada in massa. Senza i due milioni di un anno fa, la gara si fa dura. Vincere con uno scarto ridotto rispetto al competitor diretto (Cuperlo), significa cominciare coi sacchi di sabbia legati alle caviglie. E anche questo numero – 2 milioni di votanti – non è affatto scontato. Per Renzi, invece, farebbe la differenza. L’idea del patto Renzi-Letta, in questa fase giocherebbe più a vantaggio del premier che del segretario in pectore: un anno di tregua consentirebbe a Letta di poter contare sul sostegno della maggioranza larghissima del suo partito, di fatto divenuto il principale socio di maggioranza del governo di strette intese. Ma se patto sarà, Renzi ha bisogno di campo libero dopo il 2015 per la corsa a Palazzo Chigi e non certo di Letta sullo stesso Palazzo. Più che di legislatura, tra i due l’intesa si misurerà sul dopo. Ma anche qui, a fare la differenza, saranno i numeri.
autore / Lucia Bigozzi
Lucia Bigozzi
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