Fantozzi al Concertone: “E’ una cagata pazzesca”

02 maggio 2013 ore 11:48, Domenico Naso
Fantozzi al Concertone: “E’ una cagata pazzesca”
Fossimo stati in piazza San Giovanni, ieri, forse avremmo trovato un barlume di coraggio in fondo al nostro animo omologato da cittadini largheintesizzati, saremmo saliti sul palco, ci saremmo impossessati del microfono e avremmo parafrasato il ragionere Ugo Fantozzi, con tutta la rabbia repressa possibile, urlando a squarciagola: “Il Concertone del Primo Maggio è una cagata pazzesca”.
Avremmo volentieri interrotto d’imperio quella stucchevole messa cantata che non ha più ragione d’esistere, per una serie interminabile di motivi. Innanzitutto, musicalmente parlando è la copia sbiadita dei bei tempi che furono, con una sfilza interminabile di gruppi e gruppuscoli senza arte né parte, incredibilmente stonati (fatelo un soundcheck in più, santo cielo!), compagnie di giro create all’occorrenza per eseguire cover imbarazzanti (Lucio Dalla si sarà rigirato nella tomba un centinaio di volte, ieri sera) o ancora jam sessions che somigliano più a momenti autogestiti durante i quali ognuno fa quello che diavolo gli pare. Musica a parte, i motivi principali per cui il Concertone andrebbe abolito sono di ben altra natura. Politica, ideologica, sociale, culturale, di opportunità. Innanzitutto, vogliamo chiederci chi si sente rappresentato, nell’Italia di oggi, da CGIL, CISL e UIL? La Triplice ha ancora un senso, in una società post-classista e liquida, o piuttosto tira a campare, sfruttando la rendita di decenni di lotte sindacali ideologizzate? E ancora: abbiamo davvero bisogno, nel giorno consacrato al lavoro (spesso ipocritamente), di una messa cantata condita di luoghi comuni, sermoni politicamente corretti, appelli e petizioni sui soliti temi polverosi e stantii di una sinistra ormai preda di una irreversibile crisi di identità? Quanto costa, quel concerto? Quanti soldi investono ogni anno i sindacati per organizzare un evento che con le problematiche collegate al lavoro non c’entra nulla? Non si potrebbero utilizzare quei denari per qualcosa di più concreto, magari un fondo destinato alle famiglie di chi perde il lavoro? Ma la cosa più insopportabile, dal punto di vista culturale, è l’omologazione al ribasso che invade quel palco ogni Primo Maggio: mille voci, un sol coro. Banale, ideologico, ipocrita, paraculo. Si susseguono i gruppi e i cantanti, ma la litania è sempre la stessa: qualche frase sul precariato buttata lì, un appello terzomondista tra una nota stonata e l’altra, e il gioco è fatto. L’ignaro popolo di piazza San Giovanni (che è lì per la musica e se impipa dei problemi del lavoro) sonnecchia e risponde con applausi timidi. Ma il messaggio buonista-luogocomunista è partito, trasmesso con entusiasmante compartecipazione dalla fedele RaiTre. E tutti sono contenti. A parte chi quel polpettone interminabile se lo sorbisce in tv. Sperando in un diluvio improvviso, in un irremediabile problema tecnico. E quando poi finisce l’ennesima edizione di un appuntamento ormai fuori dalla storia, ti ritrovi a pensare che sarebbe stato molto meglio Fabri Fibra, con le sue provocazioni anche volgari e le rime indecenti, ma che almeno ha il coraggio di dire ciò che pensa e se ne infischia del politicamente corretto ideologico e veterocomunista.
autore / Domenico Naso
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