L'eredità di De Gasperi a sessant'anni dalla sua morte

20 agosto 2014 ore 11:00, Americo Mascarucci
Sessant’anni fa (19 agosto 1954) moriva Alcide De Gasperi, la figura politica di maggior prestigio dell’Italia del primo dopoguerra, l’uomo che portò il Paese nel Patto Atlantico e dopo i primi anni di forzata collaborazione istituzionale per la ricostituzione dello Stato, buttò fuori il Partito Comunista italiano dall’area di governo.
L'eredità di De Gasperi a sessant'anni dalla sua morte
Sono tanti i politici di matrice democristiana che ancora oggi si richiamano a De Gasperi e tendono a proclamarsi suoi eredi, e sono tanti i partiti che con motivazioni diverse sostengono di incarnare l’ispirazione degasperiana, dal Partito democratico a Forza Italia passando per il Nuovo centrodestra, l’Udc e i Popolari di Mario Mauro. Anche Silvio Berlusconi più volte in passato per accaparrarsi i voti dell’elettorato moderato, cattolico ed ex democristiano, arrivò a definirsi “l’erede naturale” di Alcide De Gasperi incontrando però l’opposizione, oltre che dei cattolici del centrosinistra, soprattutto delle figlie del compianto leader. De Gasperi è un personaggio dai grandi meriti, tuttavia non immune da errori che in questo articolo non ci interessa però evidenziare. Vale la pena ricordare un aspetto dello statista triestino che forse si sposa con l’attualità di oggi e con quelle riforme che, a gran voce, il premier Renzi vorrebbe realizzare il prima possibile e senza troppi ostacoli. De Gasperi fu il primo a comprendere che l’architettura costituzionale, costruita anche e soprattutto con il suo contributo, rischiava di ingessare i governi, a causa di una legge elettorale che non garantiva una completa governabilità. Quel sistema proporzionale che i padri costituenti avevano scelto, con l’obiettivo di mettere in sicurezza lo Stato da nuovi pericoli dittatoriali, rischiava di creare la paralisi parlamentare, rendendo difficile la formazione dei governi e l’approvazione delle leggi. Fu per questo che nel 1953 incaricò l’allora ministro degli Interni Mario Scelba di predisporre una modifica alla legge elettorale vigente, per fare in modo che la coalizione vincente potesse ottenere anche un premio di maggioranza capace di assicurare piena governabilità. In questo modo De Gasperi puntava a superare la frammentazione partitica, obbligando le forze di centro ad unirsi in un unico blocco politico, ed ad avere poi i numeri per poter governare senza il ricorso alle mediazioni parlamentari. La proposta di legge partorita da Scelba e approvata dal Parlamento fra forzature, colpi di mano, violenti scontri verbali e fisici e accuse di incostituzionalità avanzate soprattutto dalla sinistra, stabiliva che alla coalizione che avesse ottenuto il 50% + 1 dei voti validi, sarebbe stato assegnato come premio di maggioranza il 65% dei seggi parlamentari. Le opposizioni definirono il provvedimento del Governo “legge truffa” perché a loro giudizio alterava il voto dei cittadini gonfiando oltre misura il reale peso della coalizione che avrebbe ottenuto la maggioranza. Purtroppo per De Gasperi alle elezioni politiche del 1953, la coalizione governativa che comprendeva oltre alla Dc, il Partito Liberale italiano, il Partito Repubblicano, il Partito Socialista democratico e le minoranze linguistiche, sfiorò ma non raggiunse il 50%, motivo per cui non fu possibile ottenere il tanto agognato premio di maggioranza. Un fallimento che costò caro al leader Dc che si vide contestato all’interno del partito dall’ala di sinistra capeggiata da Amintore Fanfani e Giovanni Gronchi, già da tempo favorevole a superare il centrismo in favore di una formula di centrosinistra ampliata al Partito Socialista di Nenni. L’anno successivo la legge truffa venne abolita. Oggi a sessant’anni di distanza c’è ancora chi vede pericoli di autoritarismo dietro una legge elettorale capace di assicurare piena governabilità al partito o alla coalizione che vince le elezioni. Di Alcide De Gasperi ogni anno ad agosto nell’anniversario della sua morte si ricordano tanti aspetti dell’attività politica, ma pochi puntano l’attenzione sulla vera grande intuizione dello statista democristiano; quella cioè di aver compreso per primo, ed in tempi non sospetti, l’esigenza di correggere un parlamentarismo che nel tentativo di assicurare la democrazia, di fatto ne rallentava la capacità d’azione. Ciò che oggi, tranne pochi imbalsamati “pasdaran” della Costituzione, tutti riconoscono con onestà e senza ipocrisia.  
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