Chi ha perso: PD (Partito Distrutto), Bersani e i franchi tiratori (dalemiani, mariniani & company)

20 aprile 2013 ore 18:16, Lucia Bigozzi
Chi ha perso: PD (Partito Distrutto), Bersani e i franchi tiratori (dalemiani, mariniani & company)
Inevitabile, definitiva. Un minuto dopo l’elezione di Napolitano nel Pd si aprirà la resa dei conti. E sarà duplice, visti gli eventi. I piani della battaglia finale sono la leadership del partito e la squadra che entrerà a Palazzo Chigi, probabilmente con Amato premier.
DE PROFUNDIS. La vicenda Pd è nata male subito dopo il voto, è proseguita peggio durante i cinquantacinque giorni di Bersani-gestore della crisi, è finita malamente al Capranica dove si è sancita la fine politica del segretario e con lui della nomenclatura del Nazareno, e aperta la corsa interna al ri-posizionamento, alla ricostituzione degli equilibri nel braccio di ferro perenne tra correnti, gruppi e sottogruppi. Dal 2007 il Pd è imprigionato nelle lotte interne e nelle logiche interne di un congresso permanente, incapace di garantire un’unità da tutti invocata, a tratti rivendicata magari sotto le insegne del cavallo vincente del momento, poi sconfessata al successivo cambio di vento. E’ la ‘maledizione’ di un partito nato da una fusione a freddo e mai diventato partito, cresciuto come contenitore di provenienze estremamente eterogenee, refrattarie a sciogliersi in un progetto politico condiviso; dilaniato da quelle stesse differenze che si sono tradotte in vendette, personalismi, tentativi di prevaricazione. Bersani è caduto sotto il peso di tutto questo e grazie all’ostinazione-convinzione di entrare a Palazzo Chigi costi quel che costi. L’intestardimento sui grillini è stata la sua Caporetto: ha scartato a priori qualsiasi ipotesi alternativa (governo di scopo, del presidente, di coesione nazionale) e con essa l’offerta di collaborazione arrivata fin dall’inizio dal centrodestra e da Scelta Civica. Dimissioni, dopo cinquantacinque giorni di fallimenti. A.A.A. LEADER CERCASI. Alla fine Bersani è stato impallinato dai suoi, come Franco Marini e Romano Prodi. Centouno ‘traditori’ su quattrocentonovanta parlamentari hanno detto no non solo al candidato Prodi sul quale l’assemblea degli eletti giurava di aver ritrovato l’unità ma anche alla linea del segretario, anzi al metodo-Bersani. “Uno su quattro ha tradito”, ha accusato al Capranica dopochè anche Prodi era stato bruciato sul rogo del Pd. Eppure il corto circuito era prevedibile e non da ieri. Bersani esce di scena e con lui la dimissionaria presidente Rosy Bindi, oltre allo stato maggiore di una segreteria che ha blindato il leader ma non è riuscita a controllare e a ricompattare il partito. SCHEMA DI GOVERNO. Difficile dire adesso chi tra le componenti piddine potrà certamente non condurre i giochi, ma in qualche modo giocare un ruolo nella compagine di governo. I bersania ni sconfitti hanno poche chance; è più probabile che nel caos democrat e nello schema di un governo di coesione nazionale possa avanzare la componente che fa capo a Enrico Letta, attuale vice di Bersani, ma espressione dell’ala cattolico-moderata del partito, ala dialogante per definizione e per storia. Nei gossip di Palazzo si parla già di Enrico Letta potenziale premier o a Palazzo Chigi come vicepremier. Resta da capire se, come e quanto spazio avranno le altre componenti dem in uno schema governativo che potrebbe avere già pronto il suo canovaccio: il dossier dei dieci saggi ‘benedetti’ da Napolitano. Sarà interessante inoltre vedere con quali modalità, quali nomi e con quale mandato gli esponenti piddini andranno a proporre i propri rappresentanti. Da stasera, infatti, Bersani e il gruppo dirigente sono formalmente dimessi. Ci sarà una nuova assemblea, l’ennesima direzione di partito ma l’esito è del tutto imponderabile. BARCA APRE IL CONGRESSO PD. Non è ancora iniziata la sesta votazione, quella del candidato Giorgio Napolitano, e sulle agenzie piomba il twitt di Fabrizio Barca, ministro del governo Monti, neo-iscritto al Pd, autocandidato al dopo-Bersani con tanto di manifesto politico. “Incomprensibile che il Pd non appoggi Stefano Rodotà o non proponga Emma Bonino”. Missile terra-aria, destinazione Bersani (che pare lo abbia sponsorizzato verso il congresso). In realtà, la frase di Barca si può leggere al di là e oltre l’elezione del capo dello Stato (guarda caso quel Napolitano col quale il padre del ministro in passato ha avuto una lunga consuetudine), già proiettata alla leadership del partito. Tifare Rodotà o Bonino, significa tracciare una linea politica che guarda a Sel e immagina manovre di avvicinamento a Grillo (è stato l’ex comico-politico a candidare Rodotà, non il Pd). In altre parole, l’idea di un partito spostato sempre più a sinistra (tra Rete e movimenti). LA CHANCE DI RENZI. Si sta scaldando a bordo campo, pronto a fare il mister di una squadra in pezzi. Osteggiato dai dinosauri che alla fine si sono mangiati tra di loro, il rottamatore adesso può rappresentare una exit strategy: dentro il partito per tutti quelli che rivendicano un profilo riformista, moderato e non vogliono morire comunisti; fuori in un elettorato che da tempo manda segnali di cambiamento a chi il cambiamento l’ha saputo solo promettere a parole. Finora Renzi non ha sbagliato una mossa: leale con Bersani dopo le primarie, leale in campagna elettorale. Dopo il voto ha detto la sua – o governo di scopo o voto - ma è stato considerato un marziano, un inciucista, un berluschino. Sta di fatto che dopo la debàcle di Bersani, i fatti gli stanno dando ragione. Con Napolitano riconfermato al Colle, sarà governo di coesione nazionale a tempo. Sarà lui a raccogliere i cocci del Pd? E’ ancora presto per dirlo, ma è chiaro che Renzi pesca consensi – fuori e dentro il partito – nell’area vasta dei moderati e dei riformisti, trasversale tra i due schieramenti. Qualcuno a destra potrebbe imputargli di aver votato Prodi presidente della Repubblica, ma al prossimo turno elettorale saranno altre le priorità su cui ragionare. C’è un’incognita, però, sul cammino di Renzi: la durata del governo del presidente (Napolitano) che nascerà a breve. Se sarà davvero questo lo schema per Palazzo Chigi (Pd-Pdl-Scelta Civica) è possibile che si allontani il tempo delle elezioni e che magari se ne riparli tra un anno, un anno e mezzo. Renzi avrebbe così davanti a sé un periodo lungo nel quale dovrà gestirsi (politicamente) e gestire ciò che accadrà nel Pd, congresso compreso. Se invece sarà un governo di scopo a tempo limitato, quanto basta a Napolitano per individuare i tempi tecnici per sciogliere le Camere (ipotesi urne in autunno), il sindaco di Firenze avrà maggiori chance di affermarsi come il leader vincente di un partito che, finora, ha perso. L’ULTIMO REGALO DI NAPOLITANO AL PD. Ha detto sì per il Paese, ma nel sì di Napolitano c’è anche la generosità di un uomo politico nei confronti della politica (tutta) che ha fallito e in particolare di un partito, il suo partito, in crisi profonda. E’ ancora lui a farsi carico dell’emergenza, a togliere le castagne dal fuoco ad un Bersani che su quel fuoco ha bruciato Marini, Prodi e se stesso. Non avrebbe mai detto di no all’Italia, Napolitano, come ha fatto nei sette anni del suo mandato. E non avrebbe detto no neppure alla richiesta di aiuto, estrema, del Pd senza un segretario, senza un presidente e fino a qualche ore fa, senza un candidato unitario al Colle.
autore / Lucia Bigozzi
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