Binetti (Udc): "A un matrimonio non si dice ciao o si invia un sms. Alla Camera daremo battaglia"

20 novembre 2014 ore 16:29, Lucia Bigozzi
Binetti (Udc): 'A un matrimonio non si dice ciao o si invia un sms. Alla Camera daremo battaglia'
“I matrimoni diventeranno tutti coppie di fatto". Il divorzio breve è un altro tassello della "decostruzione della famiglia e della liberalizzazione dei legami. Noi non staremo a guardare”.  Nell’intervista a Intelligonews, Paola Binetti, parlamentare Udc, analizza con il consueto garbo il ‘sì’ della Commissione Giustizia del Senato al divorzio breve ma lo fa con la fermezza di chi non considera la famiglia “un feticcio” e il matrimonio una “pausa caffè” . Lei ha detto, matrimonio come una pausa caffè? Perché? «Quando nel matrimonio si assottigliano i legami fino a poterli rompere in un tempo così breve, significa fermarsi alla volontà del momento magari a fronte di una litigata, una fase di incomprensione. Si elimina tutto il tempo della riflessione personale necessario per restituire consistenza e struttura ai propri legami affettivi. Non si può immaginare che nell’arco della vita un vincolo non sia sottoposto a momenti di crisi e ogni momento di crisi deve essere seguito da una pausa di riflessione. Invece qui si consegna il legame alla decisione del momento e si corre il rischio che i matrimoni possano considerarsi conclusi quando invece potrebbero avere molte più chance di riscoprire il senso, la relazione di affetto. E questo vale anche anche a monte». Ad esempio? «Se io so che posso sciogliere un legame dicendo ‘ciao’ o mandando un sms, per quale ragione dovrei impegnarmi? Che garanzia mi offri, perché dovrei mettermi in gioco come persona per costruire qualcosa che duri nel tempo e perché dovrei fare sacrifici per costruire un futuro insieme se poi diventa così veloce sciogliere un vincolo? Il rischio è che tutto sia confinato dentro lo schema dell’individualismo per cui non rischio perché non so come possano andare a finire le cose. Mi sembra che non si tenga conto della complessità di vincolo per il quale ogni giorno ciascuno genera e rigenera i propri legami affettivi: se io tolgo la speranza di ricominciare perché qualunque momento è buono per rompere un legame perché io dovrei impegnarmi nel matrimonio? Alla fine tutti i matrimoni diventano coppie di fatto». Perché al Senato c’è stata questa accelerazione? «Faccio due passi indietro per far comprendere il contesto e spiegare la situazione. I tre anni previsti dalla separazione per accedere al divorzio nel sistema della giustizia italiana si risolvevano in un tempo molto più lungo quindi vincolando la possibilità di ricostruirsi una vita, impegnarsi in un altro progetto, fare un figlio con la persona che si ama. In altre parole, invece di essere i classici temi che la norma aveva costruito con una dose rilevante di consenso e di condivisione parlamentare si allungava enormemente. Da qui il passaggio di ridurre il tempo del divorzio praticamente a un anno se non ci sono figli. Al Senato c’è stata un’ulteriore accelerazione nel senso di abolire anche il tempo della separazione. Questo anche perché viviamo in una società a legami liquidi come dicono gli psicologi e in un contesto del genere la responsabilità nei confronti di un legame da gestire con fatica che poi è l’impegno del giorno dopo giorno a costruire la vita affettiva, viene meno perché è venuta meno la cultura della donazione, della relazione. Si sta impoverendo la qualità delle relazioni; il nostro è un Paese a crescita demografica quasi zero e stiamo impoverendo le dinamiche delle relazioni familiari, anziché rimettere al centro la ricchezza dei vincoli che costruiscono il tessuto stretto delle relazioni all’interno del quale uno sa di poter scommettere sul futuro ma anche sulla solidarietà che riceverà dagli altri. Non siamo sempre così in buona forma da poter fare totalmente da soli e siccome la vita è lunga, arrivano momenti in cui c’è la fatica del fare da sé e il bisogno concreto dell’altro e dal dare all’altro. Tutto questo è cancellato nella nostra cultura che oggi consegna lo schema di una perenne giovinezza in cui sei sempre in perfetta forma, capace di fare da te e totalmente capace di fare a meno degli altri. La vita non è così, questa è una favola che viene raccontata: è come quella del principe e della ragazza che vissero per cent’anni felici e contenti; il punto è che nessuno ha scritto come sono stati quei cento anni… La fatica, invece, è l’unica garanzia per il proprio futuro, l’essere con l’altro e per l’altro». Ci sono ragioni politiche dietro? Magari nel segno del patto del Nazareno… «Storicamente all’interno del Pd e di un certo tipo di sinistra c’è sempre stata una tendenza a considerare queste formule che sembrano solo sancire i margini di una maggiore libertà a prescindere dai vincoli: in un certo senso si può dire che c’è una tendenza alla liberalizzazione degli affetti come se fossero personaggi in cerca d’autore. A questa tendenza fino a un certo punto ha fatto da argine la cultura del centrodestra; adesso Berlusconi fa fatica ad esercitare un’azione di controllo sul gruppo parlamentare all’interno del quale ci sono infinite contraddizioni; siamo al ‘tana liberi tutti’. A questo si aggiunge la capacità di far politica assunta dalla Pascale che non è solo la compagna del capo di Fi ma una che detta linea politica, è chiaro che da quella parte c’è la convinzione che scegliere posizioni come quella sulle unioni tra persone dello stesso sesso possa essere letto dagli elettori come più moderno e attrattivo. D’altra parte ribadisco che Ncd e l’Udc alla Camera hanno votato contro prima e adesso: c’è in sostanza una tenuta di condivisione sui valori della famiglia di cui va tutelato il brand e il brand è la solidità». Ma il premier cosa sta facendo per la famiglia? «Sulla famiglia il premier è ambiguo e contraddittorio. Da un lato promette le unioni tra persone dello stesso sesso con un copia e incolla di tutto quello che c’è nel matrimonio e dico promette ma de facto c’è come un freno tirato a mano. Dall’altro, annuncia il bonus bebè per tre anni che è un segno positivo ma al tempo stesso non riduce la pressione fiscale e non sostiene la politica dei servizi alla famiglia aiutando soprattutto le donne a conciliare lavoro e famiglia. Diciamo che la politica sulla famiglia del premier è come Matteo Renzi: c’è dentro tutto; ci sono i concetti dei cattolici del Pd ma anche quelli di persone che chiedono politiche più pseudo-progressiste. E lui una volta dà ragione agli uni, una volta agli altri riservandosi di non mettere in pratica alcuna di quelle istanze, secondo la regola del pendolo. La legge sul divorzio breve non è ancora passata al Senato e comunque dovrebbe poi tornare alla Camera dopo le modifiche apportate;: noi di certo non staremo fermi e zitti». Su un tema del genere è a rischio la tenuta della maggioranza? «Alla Camera il Pd ha i numeri per approvare ciò che vuole, salvo le sue tensioni interne. Al Senato dove teoricamente non aveva tutti i numeri necessari si è creata questa sorta di asse con Forza Italia che ha votato con il Pd. E’ una situazione politica estremamente fluida per tuti. Ora se lei mi chiede se su questo tema vale la pena metterci la faccia io le rispondo sì, perché la famiglia è un bene talmente straordinario per il Paese e per la nostra cultura che va difeso. Di fronte alla decostruzione della famiglia, lo smontaggio del sistema familiare per cui non c’è più alcun vincolo che tenga, io credo che sì, valga la pena considerarlo un obiettivo importante nel Paese e il Paese deve sapere cosa sta succedendo. E non basta fare come fa il capo del governo: un tweet e tutti sanno. Non credo si possa immaginare un silenzio né che nessuno reagisca; anzi è un dovere morale e politico allertare il Paese su quello che sta succedendo». State pensando a mobilitazione anche fuori dal parlamento? «La settimana scorso c’è stato il Family Act promosso da Ncd. Se si legge in termini quantitativi la piazza era piena ma piazza Farnese è una bomboniera. Se invece, la si considera in termini di democrazia rappresentativa, c’erano i vertici di quasi tutte le associazioni che gravitano attorno al grande universo dell’associazionismo cattolico e la loro capacità di mobilitazione è molto vasta. Noi non staremo alla finestra a dire ‘oibò, guarda cosa è successo’. No, noi non faremo uno sciopero e se c’è chi fa uno sciopero generale per difendere l’articolo 18 che in realtà come è stato detto più volte, è solo un totem, allora io dico che la famiglia non è un totem, né un feticcio». 
autore / Lucia Bigozzi
Lucia Bigozzi
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