Lo strano caso di Monsignor Giovanni d’Ercole vescovo di Ascoli Piceno

21 giugno 2014 ore 10:11, Americo Mascarucci
Lo strano caso di Monsignor Giovanni d’Ercole vescovo di Ascoli Piceno
Uno sfogo che lascia l’amaro in bocca e fa riflettere su come troppo spesso si cerchi nella Chiesa il marcio ad ogni costo. Monsignor Giovanni d’Ercole vescovo di Ascoli Piceno e personaggio noto al grande pubblico per aver condotto alcuni programmi di approfondimento religioso sui canali televisivi, è finito al centro di inchieste giornalistiche sulla gestione dei fondi post terremoto a l’Aquila dove monsignor d’Ercole ha svolto il proprio ministero pastorale prima di essere trasferito. Secondo quanto ricostruito da alcuni giornali, il monsignore avrebbe tentato in tutti i modi di mettere le mani sui soldi della ricostruzione destinati alla Chiese, motivo per cui sarebbe stato indagato per “favoreggiamento e truffa” e poi assolto. Nonostante l’assoluzione però l’accusa nei confronti di d’Ercole resta in piedi almeno in ambito giornalistico. Intervistato da Avvenire il vescovo spiega di essere stato effettivamente indagato ma per aver rivelato notizie coperte da segreto istruttorio e apprese nel corso del proprio interrogatorio. Dopo essere venuto a sapere che fra i suoi collaboratori, ce n’era uno che stava per compiere una truffa, d’Ercole anziché rispettare l’invito al silenzio da parte degli inquirenti, ha convocato il soggetto in questione convincendolo a non commettere un reato, a non rubare. Rinviato a giudizio con rito abbreviato il vescovo è stato assolto sia in primo che in secondo grado perché il fatto non costituisce reato. A meno che non sia reato impedire a qualcuno di rubare. Per quanto riguarda poi l’altro aspetto, quello relativo al tentativo di mettere le mani sui fondi per la ricostruzione come si evincerebbe da una lettera inviata da d’Ercole all’allora presidente del Consiglio Enrico Letta, si tratterebbe invece di un’iniziativa sostenuta da tutti i vescovi abruzzesi compreso l’arcivescovo de L’Aquila. Ma cosa conteneva la lettera?: “I vescovi – spiega d’Ercole - hanno chiesto che nella norma fosse espressamente detto, e così recita il testo, che essi stessi per i finanziamenti e le gare d’appalto potevano (e così avrebbero voluto) delegare la Direzione generale dei beni ambientali e culturali, il Provveditorato alle opere pubbliche e i Comuni. Se questo significa mettere le mani sulla ricostruzione lo lascio giudicare a chi è capace di guardare la realtà senza preconcetti né malanimo. Se poi altri avevano intenzioni di ben altro genere, che è compito della magistratura approfondire, la cosa non è imputabile ai vescovi né a me in particolare. Presentando invece la vicenda in maniera incompleta, un gesto d’amore verso la gente viene tramutato in qualcosa di losco e sporco. L’interesse dei vescovi non è mai stato quello di gestire appalti – ha concluso il monsignore - ma di velocizzare l’iter per una rapida ricostruzione degli edifici di culto”. Uno sfogo che sembra mettere in evidenza per l’ennesima volta quell’attitudine tutta italiana di andare a cercare il marcio sotto le tonache, nella convinzione che all’ombra dei campanili si nascondano sempre intrallazzi, truffe e affari loschi. Che per carità, ci sono stati e probabilmente sempre ci saranno, ma che spesso vengono ricercati in forma quasi spasmodica tanto per il piacere di dimostrare che la Chiesa predica bene e razzola male. Se poi si tratta di vescovi come monsignor d’Ercole impegnati da sempre nella difesa dei temi etici...  
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