Il filosofo Regazzoni: "Renzi leader forte che ha superato l'ossessione del fascismo"

22 aprile 2014 ore 13:45, Adriano Scianca
Il filosofo Regazzoni: 'Renzi leader forte che ha superato l'ossessione del fascismo'
Filosofo, allievo di Jacques Derrida, docente, scrittore, ora anche romanziere con il suo imminente Abyss (Longanesi), Simone Regazzoni è stato uno dei pochi intellettuali di sinistra a riconoscere sin da subito in Matteo Renzi una possibile risorsa per lo schieramento progressista. I punti di forza del premier? "E' un leader forte e non si fa condizionare dai soliti intellettuali in cerca di qualche appello da firmare". Regazzoni, come giudica la politica economica di Renzi? «La parte economica è stata fino ad ora forse la parte meno innovativa del governo Renzi. C'è stata una certa redistribuzione della ricchezza con gli 80 euro in busta paga. Intervento, beninteso, simbolico. È ovvio che non si ha ripresa economica solo con quegli 80 euro». E allora che significato ha? «Si dà un segnale: certe cose si possono fare, anche se ci hanno detto che era impossibile farlo per l'Europa, i vincoli etc. Si recupera agibilità politica e di decisione. È questo l'aspetto saliente, la ritrovata autonomia politica. Detto questo, anche lo Jobs Act avrebbe potuto essere più incisivo, se per esempio si fosse ripresa l'agenda Ichino, ma per ora Renzi non ne ha la forza politica. Quindi, per rispondere alla domanda di prima, la politica economica di Renzi la giudico positivamente ma senza entusiasmarmi più di tanto». E cosa la entusiasma, allora? «La cosa che giudico più positivamente, in questa prima fase, è quello che i media hanno chiamato il “pericolo Renzi”, ovvero l'idea del leader forte che porta a una presidenzializzazione della politica. C'è questa idea, da parte di chi ha il feticismo della Costituzione, per cui se uno non è un leader mediocre come Letta mette in pericolo la democrazia. E invece quello che è in corso è un rafforzamento della democrazia. Oggi c'è un semipresidenzialismo di fatto a cui spero Renzi dia una cornice anche di diritto. La riforma del Senato va esattamente in questo senso: meno poteri al Parlamento, più all'esecutivo. Ecco, in questa svolta decisionista Renzi è davvero efficace, e mi dispiace per chi continua a ritenere il decisionismo di destra...». Fra cui ci sono molti intellettuali di sinistra... «Questo è il secondo aspetto interessante: Renzi se ne infischia degli intellettuali che firmano appelli, dei “professoroni” che sono poi spesso dei professorini, in realtà, e che hanno questa idea sacrale della Costituzione. Qui si avverte un netto cambio generazionale per cui ci sono dei nuovi politici che non temono più i fantasmi del passato. Per essere più chiari: per questa nuova generazione il fascismo è una esperienza storica conclusa, che non va continuamente esorcizzata e il cui ricordo non impedisce di pensare altri tipi di assetti democratici». Eppure molti, a destra ma anche nella stessa sinistra, stanno sottovalutando Renzi esattamente come fu fatto con Berlusconi... «Io, da uomo di sinistra, sono sconcertato circa l'incapacità di interpretare la parabola berlusconiana. Berlusconi non è stato un clown ma un uomo che ha capito i cambiamenti in corso e ha saputo consolidare un blocco sociale che lo sostenesse. In qualche modo è stato l'unico leader di questi anni. Ora lo stesso errore lo stanno facendo con Renzi. Che è un politico che sa usare i mezzi di comunicazione, sa scherzare sul suo essere giovane andando ad “Amici”, ma che poi sa essere spietato e machiavellico, come quando ha fatto fuori Letta». Questa sottovalutazione nasce dai soliti complessi autoreferenziali della sinistra? «Non solo. Io credo che Renzi sia una risorsa per la sinistra, ma c'è qualcosa in lui che è davvero post-ideologico e che va al di là della dicotomia destra/sinistra. C'è una parte della sinsitra che può essere messa in soffitta definitivamente dalla “trasvalutazione dei valori” renziana, quindi credo che certe paure non siano del tutto infondate». Nel suo libro “Stato di legittima difesa. Obama e la filosofia della guerra al terrore” (Ponte alle Grazie), lei cerca di recuperare alla sinistra anche una certa tradizione interventista. Come giudica, quindi, la questione degli F35? «Esiste una certa retorica anti-militarista per cui se c'è da tagliare bisogna sempre guardare alla difesa. Tutto ciò va messo da parte. Detto questo, bisogna essere pragmatici e fare i conti. Gli Usa fanno i loro interessi e premono affinché noi compriamo gli F35. Io sono filoamericano ma credo che non deve essere certo questo il motivo per fare quest'acquisto. Renzi e la Pinotti stanno valutando, spero solo che non cerchino di fare cassa sulla difesa, sarebbe davvero miope. Più in generale, bisogna cominciare a pensare a una Europa che sappia coordinare la propria difesa, cosa di cui oggi è incapace e che è invece prerogativa di ogni vera democrazia».  
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