Venner il suicida di Notre Dame: io l'ho conosciuto. Ecco chi è

22 maggio 2013 ore 11:54, Pietro Romano
Venner il suicida di Notre Dame: io l'ho conosciuto. Ecco chi è
“Non basta il voto, la militanza dura tutto l’anno”. Non potevo crederci: Dominque Venner in persona
. Era una grigia mattinata parigina di questo gennaio nevoso. Ed ero al culmine del mio consueto giro culturale per Parigi intervallato da un “vin chaud” ben speziato in zincati bistrot. Le novità di economia alla libreria di Mouffetard, la strada d’ingresso alla città in epoca romana; l’edicola di rue Monge all’angolo di Cardinal Lemoine per acquistare “Elements” e le riviste di aerospazio e difesa d’oltralpe; infine, scendendo verso la Senna, la libreria “Notre Dame”. Per riempirmi gli occhi e il cuore di una pubblicistica di “destra” (diciamo così, per capirsi) e anticonformista che averne un centesimo in Italia sarebbe già il massimo. E per comprare l’ultimo numero della “Nouvelle Revue d’Historie”, la rivista diretta da Venner che aveva appena superato il decimo anno di vita. In realtà, è una rivista di discreto successo, la si trova in buona parte delle edicole di Parigi e di Bruxelles, ma il tenace spirito militante porta ancora a preferire librerie identitarie, di cui nella capitale francese in verità c’è ampia scelta anche per l’ampiezza di offerta e di domanda. Venner era con tre o quattro persone. Più che amici, credo, ammiratori. Parlava di politica, ma non in senso partitico. In Francia sono ancora in tanti a parlare di politica senza puntare a un assessorato così come ci sono partiti che prendono un voto su cinque senza curarsi dei posti di sottosegretario. Ma questa è un’altra storia. Una frettolosa presentazione e unirsi all’uditorio fu un attimo. Venner già allora predicava la necessità della militanza. Dopo lunghi anni di militanza intellettuale, che lo avevano portato a essere premiato come storico dall’Academie Francaise, pensava già a una militanza personale? Al ritorno a quell’impegno che lo aveva visto militare per l’Algeria francese e finire per essa in galera? Qualche parola di italiano, lui, di francese, io. Gli dissi che uno dei miei libri di culto è “Il bianco sole dei vinti”, la storia della Guerra di secessione americana pubblicata trent’anni e passa fa dalla napoletana “Akropolis” di Claudio Gaudino. Non mi pare, in verità, che rimase particolarmente entusiasta della comunicazione. Forse era più compiaciuto del lettore italiano della “Nrh”, una rivista dov’era riuscito a radunare nuova destra e nazional-europei, lealisti e geostrateghi, demografi e francofoni militanti, molti docenti universitari, anche della Sorbona e di Science Politiche. Più probabilmente Venner quella mattina era già proiettato verso altri progetti. E si allontanò solitario da rue Monge proprio verso la cattedrale dove si è suicidato alle quattro del pomeriggio di martedì 21 maggio. Un suicidio, quello di Venner, qualsivoglia cosa si possa pensare di questo gesto estremo e sebbene personalmente sia un vitalista, che, pur traendo spunto dalla legalizzazione dei matrimoni (e delle adozioni) tra omosessuali in Francia, rappresenta un gesto politico e vitale contro la decadenza a 360 gradi dell’intera società europea. Un suicidio rituale che accomuna Venner più a Yukio Mishima e alla tradizione giapponese che a due scrittori francesi della sua parte politica quali Pierre Drieu la Rochelle o Henry de Montherlant. Del resto, aveva appena dato alle stampe un volume destinato a diventare il suo testamento spirituale: “Un samourai d’Occident”.
autore / Pietro Romano
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