Chi sono, cosa fanno e credono i tanti Califfi

23 settembre 2014 ore 15:27, intelligo
di Andrea Marcigliano Jihad, a seconda delle letture “lo sforzo”, ad indicare la tensione interiore verso la perfezione spirituale. Questa è però l’interpretazione propria del sufismo, la corrente – ma meglio sarebbe usare il plurale “correnti” – mistica ed esoterica interna all’Islam. Sufismo che molti altri, nel seno del moderno islamismo, considerano ormai come una forma ereticale, e combattono in ogni modo, anche con la violenza. Tant’è vero che, dove ha preso piede quello che noi occidentali chiamiamo l’islamismo radicale o fondamentalista, ovvero i seguaci delle scuole salafita e wahabita, i sufi vengono perseguitati e dispersi. Sta accadendo nel mondo arabo, in Iraq e Siria, ed anche nel Caucaso, dal Dagestan alla Cecenia, e in Asia Centrale, ove opera l’IMU (il Movimento Islamico dell’Uzbekistan) che aspira a creare un Califfato con capitale nell’antica Samarcanda.  

Chi sono, cosa fanno e credono i tanti Califfi

    I Salafiti sarebbero “gli antichi” o meglio “i pii antenati” ( salaf al-salihin), richiamo programmatico ai primi musulmani, agli stessi Compagni del Profeta, portatori, secondo questa interpretazione di un Islam puro, non contaminato da forme considerate idolatriche, come quelle proprie del sufismo, o da elementi estranei alla prima predicazione di Mohammed. In realtà la scuola salafita è un prodotto della modernità, essendo sorta ad opera di alcuni teorici di fine XIX secolo – prevalentemente egiziani – che cominciarono a riprendere una linea tradizionale fortemente rigorista in decisa antitesi alle forme del nuovo nazionalismo arabo che sarebbe, poi, dopo la II Guerra Mondiale, sfociato nel nasserismo. Per altro, correnti di questo tipo sono individuabili anche nell’Islam non arabo, come in India dove, nel 1850, sorse la scuola Deobandi che, diffusasi soprattutto nell’odierno Pakistan ed in Afghanistan, rappresenta, per molti aspetti, la matrice ideologico-religiosa dei Talebani. Tutte queste correnti, interne all’Islam Sunnita, hanno, però, conosciuto una sorta di salto di qualità, ed hanno cominciato a venire messe in rete fra loro, solo dopo la Rivoluzione Verde di Khomeini in Iran (1979), quando il re Saudita Feisal, preoccupato per la minaccia rappresentata al potere della sua Casata nella Penisola Arabica dal dilagare del verbo khomeinista che tendeva a diffondersi fra tutte le minoranze sciite – anche quelle oppresse che vivono sulla costa orientale del regno dei Banu Saud – cominciò a finanziare e promuovere in tutto l’orbe islamico sunnita la nascita di Moschee e Madrase (scuole coraniche) di ispirazione wahabita. I Wahabiti sono a loro volta una scuola rigorista sunnita fondata in Arabia agli albori del 1700 da Muhammad abd al-Wahhab e divenuta il credo religioso dei Banu Saud e dei loro sostenitori. Abd al-Wahhab, in realtà, aveva diretto la sua predicazione contro l’Islam turco dell’Impero Ottomano, da lui considerato corrotto ed idolatrico, ma negli anni ’80 del ‘900 il wahabismo divenne lo strumento culturale con cui Riyadh combatteva la sua battaglia geo-politica con Teheran. Di fatto, la diffusione progressiva dell’islamismo radicale sunnita – salafiti, wahabiti ecc.. – è dagli anni ’80 in poi parte della rinnovata Fitna, lo scontro fra Sunniti e Sciiti, sovente divenuto sanguinosa guerra di religione, che risale all’indomani della morte del Profeta. Quando una fazione minoritaria sostenne per la successione a Mohammed – e Khalifa vuol dire, appunto, il Successore – il genero e cugino di questi, Alì, mentre maggioranza dei fedeli avocò all’Umma, l’assemblea il potere di eleggere il Califfo. I primi presero, nel tempo, il nome di Sciiti, la Fazione, i secondi di Sunniti, ovvero coloro che seguono la Sunna, la tradizione. Un conflitto che, come si diceva, dura da secoli, ma che si è riacceso con particolare veemenza negli ultimi decenni, alimentato anche da grandi interessi economici. E i recenti eventi irakeni stanno a dimostrarlo ai nostri occhi. Come la guerra civile in Siria, dove fra le ragioni dello scontro è che Assad, con l’élite militare che governa il paese, appartiene agli Alawiti, una derivazione degli Sciiti; e tra i suoi nemici prevalgono i sunniti, in particolare, oggi, i jihadisti dell’Is.  
Chi sono, cosa fanno e credono i tanti Califfi
E proprio l’Is, ovvero lo Stato Islamico, rappresenta perfettamente quel complesso intreccio di arcaico e moderno che caratterizza il problema del jihadismo e dei conflitti medio-orientali di questi giorni. Infatti il concetto di Stato è completamente estraneo alla tradizione islamica arabo-sunnita, e semmai rappresenta un retaggio del recente nazionalismo pan-arabo di Nasser e Sadat, visti però come blasfemi ed apostati dagli islamisti. Che pur costituendo uno “Stato” hanno voluto eleggere un Califfo, Abu Bakr al-Baghdadi – nome simbolico che evoca il primo successore del Profeta – a significare il richiamo ai “pii antenati”. La matrice ideologica salafita è, quindi, esplicitamente dichiarata, così come anche l’influenza dei wahabiti, visto il notevole apporto di mezzi, armi ed aiuti economici che i Banu Saud hanno fornito sino a ieri ai jihadisti, salvo poi accorgersi, negli ultimissimi tempi, che questi stanno cominciando a rappresentare una minaccia anche per loro. Anzi soprattutto per loro, visto che il nuovo Califfo rivendica il controllo dei Luoghi Santi, Mecca e Medina, oggi parte del regno saudita. Tuttavia nel jihadismo dell’Is vi è qualcos’altro che va ben oltre l’ideologia radicale dei salafiti, e che supera anche i connotati propri della “vecchia” al-Qaeda di bin Laden. Il costante richiamo al jihad come dovere, anzi come se fosse un precetto, un pilastro fondamentale della fede. Jihad che non va portata solo contro gli eretici Sciiti o contri ebrei e cristiani, ma anche e soprattutto, contro i “cattivi fedeli”, ovvero contro quella maggioranza dei Sunniti che non aderiscono alle forme radicali dell’islamismo attuale. E in questo l’Is rivela una matrice kharigita, un altro scisma dell’Islam del primo secolo dopo il Profeta. Infatti mentre cominciava ad infuriare lo scontro fra Sciiti e Sunniti, un gruppo minoritario prese le distanze da entrambi, uscendo dall’Umma; e Kharigiti significa, appunto, “coloro che sono usciti”. Ben presto questa minoranza mise al centro della sua dottrina il jihad per convertire cattivi fedeli- tutti gli altri – e pagani. Un jihad totale, che ammetteva il terrorismo, il delitto politico, finanche la strage di donne e bambini. Si dimostrarono, per quanto pochi, pericolosissimi, al punto che i Califfi Ommayadi li combatterono e praticamente sterminarono. Ma nell’Is noi possiamo vedere risorgere molti elementi dell’antica dottrina kharigita – dal jihadismo che ammette anche la partecipazione di donne, all’accusa di apostasia verso tutti gli altri musulmani, sino ad un certo egualitarismo sociale che esercita sempre notevoli suggestioni – e tornare ad insanguinare il mondo islamico. Ed è sbagliato, certo, fare di tutte le erbe un fascio e considerare tutti i musulmani come sanguinari jihadisti; ma altrettanto erroneo è affermare, come hanno fatto Cameron ed Obama, che l’Is nulla ha a che vedere con l’Islam. Le parole, e le storie che celano, dimostrano, invece, che si tratta di una ben precisa corrente dell’Islam. Minoritaria ed ereticale, certo. Ma estremamente pericolosa.
autore / intelligo
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