Politica 2014 sotto il renzismo: cosa è cambiato nel Pd, con il Quirinale e con Berlusconi

24 dicembre 2014 ore 10:00, Lucia Bigozzi
Politica 2014 sotto il renzismo: cosa è cambiato nel Pd, con il Quirinale e con Berlusconi
Da sindaco-rottamatore a segretario Pd-presidente del Consiglio. Da Firenze a Roma.Tutto di corsa, compreso il frettoloso passaggio di ‘campanella’ con Enrico Letta, “silurato” in diretta streaming dal Nazareno. Arriva Renzi e con lui il renzismo a cambiare i connotati alla politica.
Se in bene o in male, giudicheranno i cittadini e i lettori di IntelligoNews. Ecco l’anno renziano vissuto ‘pericolosamente’. RENZI E IL PD. 22 febbraio 2014, giuramento al Quirinale: il Time incorona Matteo Renzi “L’Obama italiano”. Inizia l’era dei selfie, della twittermania, dei 140 caratteri postati a tutte le ore del giorno per commentare quanto fatto e dire cosa fare. Renzi cambia il volto e la sostanza della comunicazione politica, ma il suo avvento alla guida del Nazareno non fa meno rumore: la minoranza dem (Fassina, Cuperlo, Civati, Bersani, D’Alema solo per citare i big)  si organizza e fa opposizione interna su molti provvedimenti che il premier, al contrario, ritiene fondamentali. Un esempio su tutti, la riforma del lavoro, alias Jobs Act. Conversando con Intelligonews, Stefano Fassina e Pippo Civati danno chiaro il quadro della distanza dal renzismo, inteso come fenomeno mediatico ma soprattutto come approccio al confronto politico. Ed è prima sul Jobs Act divenuto legge non senza difficoltà nell’ultimo scorcio del 2014, poi sull’articolo 18 che Renzi imbraccia uno scontro durissimo anche coi sindacati culminato nello sciopero generale di Cgil, Uil, Ugl (non la Cisl) del 12 dicembre. Tra Renzi e la Camusso, per non parlare di Landini (Fiom), il solco si allarga. Renziani vs civatiani, berlusconiani, dalemiani, così per lunghi mesi in Parlamento e sui media. Si paventa la scissione, si teme il precipizio, ma l’anno si chiude senza addii, come invece accade nelle file del M5S. RENZI E NAPOLITANO. E’ il 20 aprile del 2013 quando in Parlamento si consuma lo “psicodramma” che lascia fuori dalla porta del Colle Romano Prodi, “impallinato” da 101 franchi tiratori del Pd. E’ forse il punto più basso della politica che mesi più tardi farà il bis con l’inchieste che ne sconvolgono gli equilibri: da Expo a Mose e ultimo in ordine temporale, il “terremoto” Mafia Capitale. I partiti, impotenti e incapaci, si arrendono e chiedono a Giorgio Napolitano di restare. Il presidente uscente accetta, suo malgrado, ma a condizione che nell’anno in corso si facciano le riforme prioritarie per il Paese: la riforma costituzionale e la nuova legge elettorale. Napolitano ‘scommette’ su Renzi e lo sollecita a fare e a fare presto nell’interesse di un Paese in ginocchio per la crisi economica e i preoccupanti livelli di disoccupazione, specie tra i giovani. Il coro di sì al Napolitano-bis, stavolta unanime, non si è però tradotto nella road map che Renzi aveva fissato. La fine dell’anno si chiude con la riforma costituzionale che ha superato il primo passaggio in Parlamento (servono altre tre letture) e l’Italicum solo incardinato al Senato. In mezzo, le trattative con Berlusconi al Nazareno, gli scossoni della minoranza dem, l’opposizione serrata di M5S e Lega in Parlamento. Renzi rallenta e dal “vado di corsa”, passa al “faccio un passo alla volta”. E’ nell’ultimo scorcio del 2014 che Napolitano annuncia le dimissioni “imminenti” al termine del semestre europeo di presidenza italiana. Ma quello che lascia lasciando il Colle, è una politica ancora troppo litigiosa per trovare la “quadra” ed evitare la carica-bis dei 101. Le parole del capo dello Stato aprono il toto-Colle e tutti a dire che non vogliono far nomi per non bruciarli ma poi puntualmente i nomi vengono fatti: Prodi, Veltroni, Bersani, Padoan, Amato sono già nel “frullatore” politico-mediatico, mentre c’è chi come la senatrice dem Laura Puppato proprio a Intelligonews rilancia la candidatura di una donna al Colle: il suo nome preferito è Anna Finocchiaro.   RENZI E BERLUSCONI. C’è chi l’ha definita “la strana coppia” e chi specie nei corridoi del Nazareno parafrasando il famoso film, più volte nel corso dell’anno, ha ammonito: “Attenti a quei due”. 18 gennaio 2014: il capo del Pd e quello di Fi firmano il Patto del Nazareno sulle riforme. Con lo “storico” ingresso di Berlusconi nel quartier generale dem, si avvia una fase nuova. Mai prima d’ora, infatti, tra i due principali partiti-avversari c’era stata la formalizzazione di un impegno di collaborazione. La Bicamerale di D’Alema docet.  Il Patto, produce un dialogo costante tra il premier e il capo dell’opposizione che però sulle riforme vota con la maggioranza in Parlamento. Sarà il principale motivo di frizione, botta e risposta, accuse e contro-accuse all’interno del Pd, anche se in Aula lo spettro della scissione non si materializza. Il Patto ha ripercussioni evidenti anche dentro Forza Italia: Raffaele Fitto guida la componente dei berlusconiani che non vogliono “morire renziani”, con l’occhio ai consensi che scendono. Resta il fatto che Berlusconi “azzoppato” politicamente dalla condanna della Cassazione, rientra al tavolo della mediazione sulle riforme e riacquista centralità nel dibattito politico. Tra i due non mancano le scintille come sulla legge elettorale, ad esempio nelle versioni con e senza preferenze, o sulle sogli di sbarramento troppo altre che i “piccoli” vogliono picconare. Ma è sulla partita per il Colle che Renzi e Berlusconi continuano ad annusarsi: il leader di Fi prima tenta la carta del candidato non di sinistra, ma di fronte al muro renziano e non solo, indietreggia e si dice disposto a valutare la candidatura di un dem. L’AGENDA DI RENZI. Programma ambizioso: riforma del Senato, decreto Irpef, via le Province, Italicum, riforma della Pubblica Amministrazione, spending review, Jobs Act. Sono solo alcuni dei titoli che a marzo scorrono sulle slides della prima conferenza stampa di Renzi da premier. Tutti ricorderanno il “pesciolino rosso” o il carrello della spesa a simboleggiare la “rivoluzione renziana”. Il premier parte dalla scuola: la prima visita ufficiale è in una scuola di Treviso da dove annuncia gli ormai famosi ottanta euro in busta paga. Boom. Tra polemiche ed entusiasmi, la politica si ri-divide tra guelfi e ghibellini ma il provvedimento renziano passa e a maggio, giusto in tempo per le elezioni europee dove il segretario del Pd-premier porta a casa il 40 per cento dei consensi. L’impegno più importante va in due direzioni: rilancio dei consumi che Renzi spera di rimettere in moto anche con gli ottanta euro in busta paga e un’azione di defiscalizzazione per le imprese in modo da garantire assunzioni e investimenti. Dalla riduzione dell’Irap al contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, passando per il pressing su Bruxelles finalizzato ad alleggerire il carico di “compiti a casa” per l’Italia, Renzi prova a “cambiare verso”. Obiettivo non ancora raggiunto. RENZI E LE OLIMPIADI. Dicembre 2014. La candidatura di Roma alle Olimpiadi 2024 è la ‘carta’ che Renzi cala sul tavolo nell’ultimo mese dell’anno, anche qui scompaginando i giochi. Costretto a fare lo slalom tra favorevoli e contrari, porta avanti l’obiettivo letto e interpretato anche come una sorta di riscatto dell’Italia sul panorama internazionale, proprio nei giorni in cui Roma si incendia per l’inchiesta Mafia Capitale, nuova puntata della corruzione dopo le “anteprime” su Expo e Mose. Ma non tutto la leggono così. A Intelligonews, Maurizio Gasparri va all’attacco sostenendo che “quando uno – sia nel centrosinistra che nel centrodestra è alla frutta, tira fuori le Olimpiadi”. Stessa stoccata arriva dalla Lega salviniana e dai 5Stelle con Roberta Lombardi. Non la pensano così la maggiorparte dei dem, mentre il presidente del Coni propone al super-magistrato anti-corruzione Raffaele Cantone (oggi a capo dell’Autority) di guidare la Commissione che dovrà gestire l’evento mondiale. Non solo: Olimpiadi anche in Vaticano? E’ lo stesso Malagò a lanciare l’idea che Oltretevere incassa apprezzamento. RENZI E MAFIA CAPITALE. Inchiesta che alza il velo sulla corruzione. Niente di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire anche perché in vent’anni e dopo il “terremoto” Tangentopoli, l’amara costatazione è che ben poco sia cambiato. Ma di questa inchiesta colpiscono in particolare due aspetti. Il primo è ben evidenziato dal procuratore capo di Roma Pignatone che guida le indagini e spiega che la novità sta nel fatto che forse per la prima volta si può parlare di “mafia autoctona”. Il secondo aspetto riguarda il ruolo e l’immagine di Roma, capitale d’Italia e ben nota al resto del mondo. E la politica? Il Pd non perde tempo: Renzi da segretario del partito sa che al netto dell’esito delle indagini e dei processi che diranno il livello di coinvolgimento e le eventuali responsabilità degli esponenti dem indagati, in questi casi occorre agire subito, senza tentennamenti. Di qui il commissariamento del partito romano affidato a Matteo Orfini (presidente del partito nazionale) che da settimana ha messo la marcia cercando di ricucire il filo spezzato tra base e dirigenza capitolina. A livello nazionale il premier dice che “chi sbaglia deve pagare e i politici corrotti un po’ di carcere se lo devono fare”. Arrivano le nuove norme anti-corruzione che nelle intenzioni del governo e del Guardasigilli Orlando, vanno a integrare quelle già presenti ma in senso restrittivo. Tra queste il prolungamento di due anni della prescrizione (capitolo sul quale in questo anno in Parlamento è andata in onda una battaglia serrata tra partiti) e la regola in base alla quale il maltolto sarà interamente restituito alla collettività. E il sindaco di Roma? Ignazio Marino cerca di parare il colpo di una ‘tegola’ che gli è caduta tra capo e collo. Nelle intercettazioni di Buzzi&C. viene descritto come un “ostacolo” agli affari dell’organizzazione ed è su questo punto che il primo cittadino resiste a tutti gli attacchi, specialmente da Lega e M5S, che lo vorrebbero dimissionario con le urne del voto riaperte e si appresta ad attendere l'esito del lavoro di verifica dei commissari incaricati dal prefetto di Roma di analizzare gli atti amministrativi. Marino resiste e annuncia in stile renziano il “cambio di passo” che passa anche dalla giunta. Alla vigilia di Natale nomina tre nuovi assessori, tra i quali il magistrato Sabella alla guida del dipartimento Legalità. #lavoltabuona? Copyright: Renzi.
autore / Lucia Bigozzi
Lucia Bigozzi
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