In Iraq tocca ai droni. Così l'America si prepara a intervenire

24 giugno 2014 ore 14:09, Americo Mascarucci
In Iraq tocca ai droni. Così l'America si prepara a intervenire
Il giudice che condannò a morte Saddam Hussein
è stato catturato dai ribelli sunniti e giustiziato. La notizia è stata diffusa su facebook ma al momento non avrebbe ottenuto riscontri ufficiali. L’assassinio del giudice avrebbe un duplice significato; la vendetta per l’impiccagione dell’ex rais da una parte e la volontà di abbattere un simbolo del nuovo Iraq dall’altra. I ribelli sunniti stanno mettendo in serio rischio con le loro azioni di guerriglia terrorista la stabilità del Paese conquistando intere zone e mettendo in atto, ovunque riescono a prendere il sopravvento, violente rappresaglie contro quanti osano contrastare la loro avanzata. Gli Usa sono pronti ad intervenire con i droni per bombardare le postazioni ribelli e ricacciare gli insorti. Obama tuttavia, nella speranza di favorire un’improbabile pacificazione nazionale, ha invitato il governo sciita di Bagdad ad intavolare una trattativa con i sunniti per mettere fine alle violenze e al terrorismo. Peccato però che questo richiamo alla pacificazione oggi sia superato dagli eventi. Anche gli americani portano sulle spalle la responsabilità di aver consentito alla maggioranza sciita di regolare i conti con i sunniti, accusati di aver appoggiato il regime di Saddam Hussein e di esserne stati complici. Gli sciiti hanno emarginato, discriminato, calpestato sistematicamente i diritti delle minoranze sunnite nella foga di vendicare anni di soprusi subiti da Saddam, rinfocolando così l’odio etnico che invece, la caduta del rais, avrebbe dovuto sopire in favore di una riconciliazione nazionale nel segno della democrazia. Invece la pacificazione non si è mai raggiunta per colpa proprio degli sciiti, che sotto l’influenza della guida suprema irachena l’ayatollah Al Sistani, hanno reso la vita dei sunniti sempre più difficile spingendoli alla ribellione armata. L’Arabia Saudita, nemica giurata del mondo sciita, non è rimasta a guardare e così come in Siria è scesa in campo sostenendo finanziariamente la guerriglia sunnita, all’interno della quale si è infiltrato il terrorismo di Al Qaeda che ha preso di mira soprattutto i luoghi santi dell’Islam sciita presenti in Iraq. Da qui la dura reazione dell’Iran che, pur non essendo in perfetta sintonia con gli sciiti iracheni, è pronta ad intervenire per tutelare il governo di Bagdad e proteggere i luoghi di culto degli sciiti. Sullo sfondo insomma c’è sempre la guerra fra Iran e Arabia Saudita per l’egemonia del mondo arabo, con quest’ultima che può contare sull’appoggio della Turchia, del Qatar, del nuovo Egitto ripiombato nella dittatura militare dopo la breve parentesi della Fratellanza musulmana. Una partita che dall’Iraq si sposta fino in Siria dove gli stessi stati stanno sostenendo la lotta dei sunniti contro il regime di Assad, alleato strategico di Teheran. Gli americani ancora non si è capito da che parte stanno; con i ribelli in Siria e con il governo sciita in Iraq? Un controsenso, nel momento in cui il destino di Iraq e Siria è legato a doppio filo essendo figlio di un’identica strategia geopolitica portata avanti dall’Arabia Saudita da una parte e dall’Iran dall’altra. Invitare oggi le autorità irachene a trattare con i sunniti come ha fatto Obama significa non aver compreso minimamente la strada di non ritorno che l’Iraq ha intrapreso, una strada pericolosa e resa possibile anche da quella pseudo lotta al terrorismo che l’America ha intrapreso all’indomani dell’11 settembre. Morto Bin Laden, il terrorismo non soltanto non è morto con lui, ma è in grado di condizionare ancora di più e meglio di prima i destini del mondo arabo. Hilary Clinton ha ammesso il fallimento della missione in Iraq, quella missione poggiata sulla convinzione sbagliata che abbattendo il regime di Saddam si sarebbero vendicati i morti delle torri gemelle e si sarebbero tagliate le gambe al terrorismo. Un’illusione che ogni giorno di più mostra i suoi effetti devastanti.
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