Meriam, Magdi Allam: "Un caso non basta, siamo prigionieri dell'islamicamente corretto"

24 luglio 2014 ore 12:05, Adriano Scianca
Meriam, Magdi Allam: 'Un caso non basta, siamo prigionieri dell'islamicamente corretto'
"Bene il caso Meriam, ma perché si ha tanta paura a intervenire in tutti gli altri casi in cui i cristiani stanno subendo un massacro che ha i contorni del genocidio?" È questa la domanda che si pone Magdi Allam commentando la vicenda della giovane cristiana condannata a morte a Khartoum, in Sudan, per apostasia e giunta oggi a Roma dopo essere stata liberata. L'ex europarlamentare attacca: “I cristiani stanno scomparendo dall'altra sponda del Mediterraneo, perché la Chiesa cattolica non si mobilita?”. Allam, cosa pensa del caso Meriam? «Il fatto è di per sé da apprezzare. Grazie alla mediazione dell'Occidente, dato che il marito ha anche la cittadinanza americana, si è salvata la vita di una persona e questo ha un valore inestimabile. Anche l'interesse italiano mi sembra positivo». Ma...? «Ma la domanda che mi pongo è: come è possibile che ci sia stato un intervento così massiccio per una sola persona quando in Medio Oriente e in gran parte dell'Africa i cristiani vengono massacrati? Esiste una pulizia etnico-confessionale che ha ormai valenza di genocidio. La scorsa settimana, per la prima volta da 1700 anni, abbiamo dovuto constatare che non è rimasto un solo cristiano a Mosul». Su questo non c'è adeguata informazione, secondo lei? «Mi rincresce dirlo: anche la Chiesa di Roma e le altre chiese cristiane non si sono mobilitate di fronte a questo fatto epocale che è la scomparsa dei cristiani sull'altra sponda del Mediterraneo». Come spiega questo fatto? «Evidentemente l'Occidente ha perso la certezza di chi siamo. Sta azzerando le sue radici ebraico-cristiane in nome di un multiculturalismo in cui tutte le religioni e tutte le culture sono equivalenti». E questo che conseguenze ha? «Per esempio il fatto che ci sia una ritrosia, quando non un'aperta paura, a menzionare il terrorismo islamico e il genocidio dei cristiani. Basta leggere le agenzie di stampa. Anche quando si parla di atti efferati come le decapitazioni dei cristiani non si usa mai l'espressione "terrorismo islamico", si parla di ribelli, di combattenti, di mujaheddin, siamo prigionieri dell'islamicamente corretto. Ci autocensuriamo nel rappresentare la realtà e questo significa che siamo morti dentro, che poi è la morte peggiore».
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