Le cinque perle di Francesco sulla spiaggia di Rio. Chi le ascolterà?

27 luglio 2013 ore 11:18, intelligo
Le cinque perle di Francesco sulla spiaggia di Rio. Chi le ascolterà?
di Andrea De Angelis Milioni di pagine sono già state scritte da migliaia di giornalisti in ogni angolo del pianeta, ma alla vigilia della conclusione della ventottesima Giornata Mondiale della Gioventù è bello scriverne ancora una per ricordare alcune tra le frasi più importanti pronunciate da papa Francesco in questa storica settimana. Parole che rimarranno nel cuore di molti, che torneranno alla mente nelle occasioni più o meno felici, e che potranno servire da conforto, conducendo a riflessioni personali e a momenti di confronto. Non una classifica dunque, ma una lista che segua cronologicamente l’evento. Cinque frammenti di una settimana che ha messo al centro l’uomo inteso come singolo individuo portatore, al contempo, di diritti e doveri. “I giovani hanno una appartenenza e noi non dobbiamo isolarli da tutta la società! Loro sono il futuro perché hanno la forza, sono giovani, andranno avanti. Ma anche l’altro estremo della vita, gli anziani, sono il futuro! Un popolo ha futuro se va avanti con tutti e due i punti: con i giovani, con la forza, perché lo portano avanti; e con gli anziani perché loro sono quelli che danno la saggezza della vita” Giovani e anziani, insieme. Già il 22 luglio, durante il volo da Roma a Rio de Janeiro, Francesco ha voluto sottolineare così l’importanza di investire sui giovani come parte della società. Un’intuizione più volte riproposta lungo il viaggio, che suona da ammonimento  per coloro i quali vivono l’età adulta, ma non sono ancora anziani. Per esprimere chiaramente questo concetto, tre giorni dopo il Papa ha parlato di “eutanasia culturale” verso i giovani: la società non li lascia parlare, non li lascia agire, si comporta con loro come con gli anziani, che scarta e nasconde. A Francesco dunque il merito di aver saputo mettere al centro gli anziani in quella che è considerata la festa dei giovani, perché questi ultimi, se isolati, saranno privi della loro appartenenza e dunque della loro stessa identità. “Ho imparato che, per avere accesso al popolo brasiliano, bisogna entrare dal portale del suo immenso cuore; mi sia quindi permesso in questo momento di bussare delicatamente a questa porta. Chiedo permesso per entrare e trascorrere questa settimana con voi. Io non ho né oro né argento, ma porto ciò che di più prezioso mi è stato dato: Gesù Cristo!” Nel discorso alla cerimonia di benvenuto, Francesco ha mostrato quella tenerezza più volte richiamata nel corso del suo pontificato. Bussare alla porta del cuore di un popolo significa ascoltarne i suoni, respirarne l’essenza, ma soprattutto accostarsi ai suoi costumi ed alle tradizioni col garbo di chi porta con sé quel messaggio di amore che si incarna nel Cristo. Come l’ospite che si presenta alla porta di casa con un dono, così il Papa fa lo stesso arrivando in una nazione, ed il regalo non è simbolico, ma corrisponde alla cosa più preziosa che gli sia mai stata data. Il dono, dunque, è condiviso perché di enorme valore, e non avrebbe senso tenerlo tutto per sé. “Abbiamo tutti bisogno di imparare ad abbracciare chi è nel bisogno, come ha fatto san Francesco. Ci sono tante situazioni in Brasile e nel mondo che chiedono attenzione, cura, amore, come la lotta contro la dipendenza chimica. Spesso, invece, nelle nostre società ciò che prevale è l’egoismo. Quanti mercanti di morte che seguono la logica del potere e del denaro ad ogni costo!” Dobbiamo imparare tutti, me compreso. Questo è il senso profondo delle parole del Papa, pronunciate il 24 luglio all’ospedale San Francesco di Assisi di Rio, centro di recupero per decine di tossicodipendenti. Anche lui, come ogni pastore, deve infatti rispondere alle richieste di attenzione ed amore che provengono dai tanti greggi del mondo. Combattendo contro i mercanti di morte, coloro che alimentano l’egoismo perché vinti dalla bramosità di denaro e potere. Gli abbracci di Francesco, in questo viaggio come in tante altre occasioni, non sono davvero mancati. “Fin dal primo momento in cui ho toccato la terra brasiliana, e oggi qui nella vostra comunità, mi sono sentito accolto. Ed è importante saper accogliere, è più bello di qualsiasi abbellimento o decorazione! Lo dico perché quando siamo generosi nell’accogliere, non solo non rimaniamo più poveri, ma ci arricchiamo! Come dice il proverbio… si può sempre aggiungere più acqua ai fagioli! E voi lo fate con amore, mostrando che la vera ricchezza non sta nelle cose, ma nel cuore!” La visita alla comunità di Varginha del 25 luglio è stata fortemente voluta dal Papa: recarsi nelle favelas ha significato infatti porre l’accento su quelle periferie per le quali, fin dal primo giorno, Francesco ha speso moltissime parole. Mai, però, nel discorso in Brasile ha usato il termine “favela”, rivolgendosi sempre a Varginha come a una “comunità”. L’ennesima dimostrazione di quella tenerezza, già ricordata in precedenza, che gli è propria. L’accoglienza e la generosità arricchiscono chi le vive, chi le sceglie liberamente: è questo il messaggio lanciato da uno dei luoghi più poveri della capitale brasiliana. C’è sempre la possibilità di essere solidali con il prossimo: il proverbio citato dal Papa è emblematico a tal proposito. La vera ricchezza, così, non è nelle cose, non ha un prezzo, ma si trova nel cuore di ognuno di noi. Desidero dirvi ciò che spero come conseguenza della Giornata della Gioventù: spero che ci sia chiasso. Però io voglio che vi facciate sentire nelle diocesi, voglio che si esca fuori, voglio che la Chiesa esca per le strade, voglio che ci difendiamo da tutto ciò che è mondanità, immobilismo, da ciò che è comodità, da ciò che è clericalismo, da tutto quello che è l’essere chiusi in noi stessi. Le parrocchie, le scuole, le istituzioni sono fatte per uscire fuori!” Il chiasso desiderato da Francesco riporta la mente alla Gmg di Roma 2000, quando Giovanni Paolo II si rivolse ai giovani dicendo: “Roma ha ascoltato questo chiasso e non lo dimenticherà mai!”. A Rio Francesco sembra riprendere quelle parole, chiedendo ai giovani di fare chiasso in questa settimana, ma soprattutto di continuare a farlo una volta conclusosi l’evento. Fare chiasso significa andare nelle strade, superare immobilismo e comodità, difendersi dalla mondanità, combattere il clericalismo. Equivale, cioè, a vivere con gioia una fede che non può diventare referenziale, ma deve mettersi al servizio del prossimo.  
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