Su Fisco, Energia e Siria l’Europa decide di non decidere

28 maggio 2013 ore 15:48, Alfonso Francia
Su Fisco, Energia e Siria l’Europa decide di non decidere
Avanti piano. È questo il non sorprendente risultato del Consiglio Europeo straordinario dedicato a lotta all’evasione fiscale ed energia tenutosi la settimana scorsa e quello tra ministri degli esteri conclusosi ieri.
Durante le poche ore del summit tra capi di Stato e di governo si è discusso soprattutto di evasione fiscale, illecito che costa ai cittadini Ue mille miliardi di euro l’anno, cifra pari a quanto speso da tutti i Paesi membri per la sanità pubblica. Una somma enorme, finita in gran parte in paradisi fiscali come Svizzera e Liechtenstein, ma pure nelle banche di due appartenenti al club dell’Euro, Lussemburgo e Austria, che continuano a mantenere un segreto bancario totale sui propri correntisti. L’incontro non è bastato a mettere alle strette i due Paesi, che sono riusciti a impedire l’imposizione di un iter dai tempi certi sullo scambio di informazione sul fisco, indispensabile per intercettare gli evasori. I 27 si sono accontentati di annunciare l’ennesima dichiarazioni di intenti, fallendo persino nel produrre una chiara definizione di “paradiso fiscale”. Eppure il momento era propizio per mostrare un po’ di determinazione: l’affaire Cahuzac (il ministro delle finanze francese beccato a movimentare un conto segreto all’estero) e la cura dimagrante imposta al sistema bancario cipriota avevano reso la lotta ai furbetti fiscali un tema intorno al quale c’era il forte consenso di stampa e opinione pubblica. L’ennesimo rinvio rischia di aprire la strada a semplici accordi regionali, un approccio caldeggiato dal Regno Unito che sancirebbe l’ennesimo fallimento delle politiche europee di integrazione. Pure sull’altro argomento di discussione, la revisione della politica energetica comunitaria, non si è arrivati ad alcuna decisione definitiva. I leader dovevano confrontarsi su tre questioni: l’abbassamento dei prezzi per i consumatori, la riduzione delle importazioni e la garanzia di una stabile produzione interna di gas naturale. Soprattutto l’ultimo tema andava affrontato con urgenza, in quanto si collega al problema del supporto alle imprese, che sostengono costi ormai inaccettabili per far funzionare i propri impianti, molto superiori a quelli pagati dai maggiori competitor mondiali. Le aziende statunitensi ad esempio hanno a disposizione gas a costi quattro volte inferiori. Nulla è stato deciso, scatenando l’ira del presidente del Consiglio Ue Hernan Van Rumpuy, che prima dell’incontro aveva ammonito i partecipanti: «L’Europa rischia di diventare l’unico continente del mondo a dipendere dall’energia importata, e questo avrà conseguenze per la competitività delle nostre imprese». Anche l’Europa potrebbe contare su giacimenti facilmente sfruttabili, ma la riserva di materie prime a disposizione di un Paese viene guardata con invidia dagli altri, che preferiscono comprare a prezzi maggiori dalla Russia piuttosto che avvantaggiare un vicino. Intorno al costo delle fonti energetiche si gioca quindi la fondamentale partita della competitività del sistema produttivo e quindi la salute del mercato del lavoro, che tiene fuori milioni di giovani in tutta Europa. Si è preferito rimandare al Consiglio di giugno ogni decisione, limitandosi a diffondere il solito auspicio sulla «diversificazione delle risorse energetiche europee e lo sviluppo di risorse energetiche indigene». Tradotto: non siamo riusciti a metterci d’accordo. Se possibile ancora più deludente è stato l’esito del Consiglio tra ministri degli esteri dedicato alla crisi siriana e la revoca dell’embargo per la fornitura di armi ai ribelli. Ore di discussioni non sono bastate a conciliare le posizioni dei 27 rappresentanti: Francia e Gran Bretagna, schierate per un appoggio esplicito alla resistenza armata, hanno fallito nel loro tentativo di convincere i partner timorosi di impantanarsi in uno scenario già simile all’Iraq post-Saddam. Secondo Emma Bonino, al suo esordio come responsabile della Farnesina, il primo obiettivo del vertice doveva essere il fatto di «dimostrare che l’Ue è capace di mettersi d'accordo sulla propria politica estera». Obiettivo fallito: dal primo giugno ogni Paese deciderà autonomamente se inviare o meno armi ai rivoltosi, dimostrando una volta di più che l’Europa non è in grado di parlare con una sola voce, fuori dai suoi confini.
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