"L'onore e la sconfitta", parla l'autore Andrea Cangini. La politica italiana e alcune "guerre" perse

29 maggio 2014 ore 14:04, Giuseppe Tetto
'L'onore e la sconfitta', parla l'autore Andrea Cangini. La politica italiana e alcune 'guerre' perse
Politica italiana e guerre perse: dal Trattato di Pace del ’47 al Fiscal Compact. Da qui prende le mosse “L’onore e la sconfitta” il libro del notista del “Quotidiano Nazionale”, Andrea Cangini che, intervistato da IntelligoNews, parla della sua opera, anche in relazione alle recenti elezioni europee. Di cosa parla “L’onore e la sconfitta”? Nel mio libro ho messo a raffronto due dibattiti che si sono svolti a Montecitorio: il primo, quello nel 1947, per la ratifica del Trattato di Pace e il secondo per la ratifica del Fiscal Compact. Sono state due "guerre perse" per me. Oggi la crisi economica è una forma di conflitto internazionale, perché nei fatti è una guerra che risponde  a interessi di parti contro altre parti. I numeri sulla carta sono molto simili a quelli della seconda guerra mondiale, senza però morti per le strade: la disoccupazione è raddoppiata come il numero dei poveri, la produzione industriale crollata del 25%, senza dimenticare l’umiliazione nazionale. Nel ’47 l’intera classe politica di destra e di sinistra, cattolici e laici, massoni e clericali, fascisti e anti fascisti avevano tutti chiara la percezione del fatto che l’Italia fosse stata umiliata dal Trattato di Pace. Il dibattito nell’Assemblea costituente fu drammatico e realistico perché tutti avevano chiaro il problema che non si potevano non mostrare le ferite alla Nazione. Nel dibattito invece sul Fiscal Compact non ci fu nulla di tutto questo: non c’è più la politica e non c’è più il pensiero. A cosa è dovuta questa perdita di valori? Il libro nasce da un senso di avvilimento di fronte alla politica ridotta all’impotenza. A questo siamo arrivati attraverso un percorso lungo decenni. Nel corso del tempo c’è stato  il progressivo svuotamento di sovranità degli Stati a beneficio della nascita dell’Unione europea, che è stata una costruzione programmaticamente compiuta al di fuori della politica e al di fuori del consenso. Basta pensare che in quel periodo c’è stata la nascita della Comunità Economica del Carbone e dell’Acciaio e la firma del trattato di Roma, il tutto nella consapevolezza che si doveva andare verso un Super-Stato senza interpellare le popolazioni degli Stati nazionali. E questo è quel che è accaduto: un processo che ha indebolito la politica, rendendola incapace di amministrare e senza la possibilità di creare assolutamente una nuova realtà istituzionale. Oggi serve ridare dignità e forza alla politica. Pensa che questo enorme exploit di populismi possa anche essere il sintomo, se vogliamo, positivo che qualcosa nella percezione delle persone sta cambiando?
'L'onore e la sconfitta', parla l'autore Andrea Cangini. La politica italiana e alcune 'guerre' perse
Credo che il gioco sia ormai scoperto. Adesso la gente reclama con forza un ritorno in scena della politica e credo che Renzi abbia la fortuna e il dono di riuscire a coprire contemporaneamente due fronti: quello della politica di governo, dove viene percepito come un capo capace di realizzare riforme nell’interesse della gente, e poi quello del leader esterno all’establishment con l’establishment, pronto a rovesciare il tavolo contro un sistema che non funziona. Renzi incarna sia Grillo che il buon amministratore a cui delegare la fiducia. Adesso vedremo quanto durerà questo meccanismo, ma per ora il voto a Renzi è un voto di protesta e un voto di stabilità. A cosa pensa sia dovuto il successo di Renzi? Renzi è riuscito in maniera molto intelligente a veicolare anche il messaggio euroscettico. Certo lui si muove nell’ambito di una politica di governo e di alleanze che richiedono di accettare questo modello. Non è antieuropeista ma con forza ha rivendicato la necessità di modificare la governance economica e di politica dell’Europa. Renzi, in fondo, sta combattendo anche lui una battaglia per ridare dignità alla politica contro tutti quei poteri che sistematicamente hanno occupato la scena istituzionale, come la burocrazia o la finanza. Oggi sui mercati del mondo si muove una quantità di denaro  10 volte superiore al Pil degli Stati. Cerare di ribaltare questo ordine di cose è nell’interesse di tutti. Crede che nelle stanze del potere europeo ci sarà una svolta? Queste elezioni dovevano essere diverse perché si paventava la possibilità di eleggere direttamente il presidente della Commissione europea. Il dibattito tra cancellerie, di queste ultime ventiquattro ore, ci dimostrano il contrario: Juncker, che automaticamente dovrebbe essere il presidente della Commissione europea ora è soggetto a veti di Stati dovuti a interessi di parte. È il segno del fatto che l’Europa non ha ancora imparato la lezione. Si doveva ridare sovranità alla gente, dando agli elettori la possibilità di decidere chi li governerà, così non è successo e probabilmente non succederà.  
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