ESCLUSIVA "Varsavia: per me è stato l'inferno". Parla il giovane tifoso sbattuto in cella

04 dicembre 2013 ore 10:27, Andrea De Angelis
ESCLUSIVA 'Varsavia: per me è stato l'inferno'. Parla il giovane tifoso sbattuto in cella
«Mi hanno strappato le mutande e fatto l'ispezione anale: ho capito cos'è il terrore»... «Mi sveglio la notte urlando, perché mi sembra di essere ancora in cella. Poi vedo le mura di casa e tiro un sospiro di sollievo». Inizia così l'intervista con David D, il ventenne romano appena rientrato dalla Polonia dopo la terribile esperienza del fermo preventivo, incontrato in esclusiva da IntelligoNews. Uno dei tantissimi tifosi laziali che hanno fatto rientro a Roma. Sono ventitré quelli ancora in cella. «Mi hanno strappato le mutande e fatto l'ispezione anale, come con i trafficanti di droga», dice David con le lacrime agli occhi. «L'inferno, sì l'inferno è iniziato nel pomeriggio di giovedì 28 novembre, quando ci hanno fatto salire dopo quattro ore su dei furgoni», ripete con la voce rotta dall'emozione. David D. come gli altri ha subito poi un processo per direttissima: «Mi chiedevano se avevo moglie, figli a carico e immobili; erano interessati solo alla mia condizione economica», rivela. Un procedimento che ancora non è chiuso. David, come sta? «Sono qui, questo è importante. Non sono tranquillo però, stanotte mi sono svegliato urlando, mi sembrava di essere ancora in cella. Poi ho visto le mura di casa ed ho tirato un sospiro di sollievo. Non auguro a nessuno di vivere la mia esperienza, neanche al peggior nemico...». Come è iniziato tutto? «Sono arrivato con altri quattro amici a Varsavia il 28 novembre, in tarda mattinata. Arrivato in albergo ho pranzato, poi sono uscito e dopo cento, centocinquanta metri ho visto un gruppo di tifosi. Credevo fossero scortati, così mi sono avvicinato con i miei amici, ma ho notato che alcuni ragazzi erano a terra. C'erano strani movimenti. Spaventati siamo tornati indietro, ed abbiamo girato verso una stradina, ma lì siamo stati bloccati dalla polizia».
ESCLUSIVA 'Varsavia: per me è stato l'inferno'. Parla il giovane tifoso sbattuto in cella
ESCLUSIVA 'Varsavia: per me è stato l'inferno'. Parla il giovane tifoso sbattuto in cella
Eravate dunque in un imbuto?
«Eravamo di fatto bloccati. Ma dopo pochi istanti siamo stati spinti con gli scudi, quindi trattenuti in quel modo, attaccati l'uno all'altro, per tre, forse quattro ore». Che ha fatto in quei momenti? Ha chiamato in Italia? «Si, ho subito chiamato mio padre, non capivo quello che accadeva, non avevo fatto nulla! Lui mi diceva di stare tranquillo, di rivolgermi alla polizia in modo educato, che non mi sarebbe successo niente. Mi diceva che lo facevano per proteggerci, così mi sono un po' calmato». Cosa è accaduto dopo quelle quattro ore? «Ho visto arrivare tanti furgoni, e ci hanno fatto salire a bordo. Io avevo paura, non riuscivo a salire su quello in cui mi volevano far entrare, gridavo che soffrivo di claustrofobia, così mi hanno fatto scendere e andare in un altro. Un mio amico però è rimasto lì». Vi spiegavano quello che stava accadendo? «Solo una volta arrivati in commissariato ci hanno detto più volte "normal control, normal control!", ma non c'era ancora l'interprete». In cosa è consistito questo controllo? «Ci hanno perquisito, poi spogliato, io avevo le mutande e non volevo toglierle. Me le hanno strappate di dosso». E poi? «Poi ho subito una ispezione anale, come avviene per i trafficanti di droga. Quindi le impronte digitali e le foto segnaletiche, senza nessun testimone. Ero terrorizzato, tremavo, non sapevo che fare». Non poteva ovviamente più chiamare in Italia. «Ho chiamato subito prima della perquisizione, poi non più. Papà cercava di tranquillizzarmi, diceva che era un controllo, che dovevo fidarmi della polizia. Mi hanno sempre insegnato questo a casa». Una volta finito il controllo cosa è successo? «Sono stato portato in cella. Quando hanno aperto la porta ho visto che dentro c'era un altro detenuto, uno straniero, con la maglia sporca di sangue, con dei lividi. Non volevo entrare, avevo paura che potesse farmi del male. Temevo di essere violentato». Come è andata allora? «Vedevano che non volevo entrare, allora in due mi hanno spinto dentro, con forza, e sono caduto a terra. Hanno chiuso, ero dietro le sbarre. Tremavo e piangevo, non sapevo cosa fare, cosa pensare». Ha subito violenze? «Il detenuto è stato generoso con me, donandomi la sua cena. Io prima di entrare in cella chiedevo acqua dicendo "water, water!", ma niente. Ridevano. Poi ho indicato una bottiglia vicino ad un computer, e me l'hanno data. Ridevano ancora più forte mentre bevevo da quella bottiglia usata». Non ha dunque subito violenze o punizioni. «Io no, ma ad un altro prima di entrare in cella lo hanno costretto a fare le flessioni. Ha fatto le flessioni nudo». Quanto è durato lo stato di fermo? «Ho passato in cella la notte del 28 e del 29. Un giorno e mezzo dunque. Poi sabato mattina (30 novembre, ndr) sono stato portato in tribunale». Aveva le manette? «Si, io si. Altri tifosi mi hanno detto di essere stati incatenati, a coppie, essendo finite le manette». Parliamo del processo per direttissima. Quale l'accusa che le è stata rivolta? «Lancio di bottiglie. In realtà io non avevo lanciato nulla, come ha poi detto un testimone oculare del posto». Cosa le hanno chiesto? «Volevano sapere se avevo una moglie, dei figli a carico e se possedevo degli immobili. Erano interessati solo alla mia condizione economica». Cosa ha provato quando ha capito che era tutto finito? «Non è tutto finito. C'è un procedimento a mio carico, dovrei in teoria presentarmi in Polonia a gennaio e febbraio. Io sono innocente, non ho fatto nulla. Ovviamente quando ho capito che stavo partendo per l'Italia ero felice, ma il terrore era ancora prevalente. Ho capito sulla mia pelle cos'è il terrore».        
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