E ora tutti gli scogli di Renzi. Con Mattarella arbitro. LA SCHEDA

04 febbraio 2015 ore 13:33, Lucia Bigozzi
E ora tutti gli scogli di Renzi. Con Mattarella arbitro. LA SCHEDA
Nel giorno in cui Sergio Mattarella entra al Quirinale da presidente della Repubblica, Matteo Renzi è già tornato a far di conto e di date, cercando di dribblare gli scogli sulle riforme ancora alle viste. In attesa di capire quali saranno le mosse di Berlusconi sul Patto del Nazareno, ecco quali sono i nodi ancora da sciogliere e sui quali il premer dovrà assicurarsi uno “tesoretto” di voti in Parlamento.
IL DECRETO (FISCALE) DELLA DISCORDIA. 20 febbraio è la data cerchiata in rosso. Il premier riporterà in Consiglio dei ministri il testo ritirato il 24 dicembre che depenalizza alcuni reati fiscali fino al limite del 3% dell’imponibile, finito al centro di polemiche furibonde e definito “salva-Berlusconi”. Ecco cosa prevede: Il decreto esclude la punibilità di alcuni reati, compreso quello di frode fiscale nel momento in cui “l’importo delle imposte sui redditi evase non è superiore al tre per cento del reddito imponibile dichiarato o l’importo dell’imposta sul valore aggiunto evasa non è superiore al tre per cento dell’imposta sul valore aggiunto dichiarata”. Nel mirino delle contestazioni, c’è l’articolo 19 bis del decreto attuativo della delega fiscale. IL NODO BANCHE POPOLARI. Non sarà facile per i renziani di stretta osservanza  far passare il provvedimento con cui le Banche popolari dovranno trasformarsi in Spa (almeno una decina di istituti secondo quanto sarebbe contenuto nel "pacchetto investimenti" che dovrebbe essere licenziato nei prossimi giorni dal Consiglio dei ministri) : una direzione che Renzi inquadra nell'ambito della riforma del Tus, il testo unico bancario, finalizzata al consolidamento dell'intero settore ma che specialmente tra gli alleati di governo suscita più di una perplessità. Prima dell'elezione di Mattarella al Colle, alcuni esponenti di Ncd, in primis Maurizio Sacconi, avevano criticato l'orientamento dell'esecutivo mettendo in guardia dal rischio di "snaturamento" dell'identità e della mission delle banche di territorio. Perplessità e malumori che, secondo gli spifferi di Intelligonews, torneranno tali e quali quando Palazzo Chigi tornerà ad occuparsi del dossier. ITALICUM-SECONDO TAGLIANDO. Dopo l’ok del Senato, la riforma della legge elettorale approda alla Camera. Non c’è ancora una data calendarizzata ma il terzo passaggio parlamentare della legge avverrà entro marzo, secondo la road map di Palazzo Chigi. Ostacolo apparentemente non insormontabile visto che il Pd i numeri alla Camera ne ha a sufficienza, anche nel caso in cui Fi dovesse cambiare linea e voto. Ma l’insidia potrebbe arrivare dalla pattuglia dei dissidenti dem che al Senato hanno fatto battaglia a colpi di emendamenti. Ecco come funziona la nuova legge elettorale: Stop alle coalizioni sancito dal premio di maggioranza alla sola lista. Sarà infatti la lista che ottiene il maggior numero di consensi a vedersi attribuita la maggioranza assoluta dei seggi. Questo vale al primo turno (se la lista più votata supera il 40 per cento) o al ballottaggio. Capolista blindati, preferenze, cento collegi. I partiti che conquistano i voti necessari eleggono automaticamente il capolista. Dal secondo eletto in poi si procederà con il meccanismo delle preferenze. Sulla scheda si potranno indicare due nomi, rispettando l’alternanza di genere. La soglia di sbarramento è fissata al 3 per cento per tutti i partiti. Quando scatterà. La legge una volta approvata entrerà in vigore il primo luglio 2016 e verrà applicata solo alla Camera dal momento che per quella data il Senato dovrebbe già essere riformato e non più elettivo. SENATO “NUOVO”. Dopo il disco verde del Senato, il testo della legge è attualmente in discussione alla Camera dove ha già ottenuto il via libera della Commissione Affari Costituzionali. In Aula, per ora, è stato approvato solo l’articolo 1 che sancisce la fine del bicameralismo paritario. Il Parlamento continuerà ad essere composto da Camera e Senato ma con funzioni diverse. Il nuovo Senato sarà composto da cento rappresentanti non eletti dai cittadini ma selezionati tra sindaci e consiglieri regionali. Titolo V della Costituzione: via le Province e cambiano anche le competenze di Stato e Regioni. Novità anche per l’elezione del presidente della Repubblica con la modifica del quorum e per i referendum (cambiano le regole per raccolta firme e quorum).  Oggi sapremo come, cosa e quando. A Montecitorio la Conferenza dei capigruppo è chiamata a stabilire il programma e il calendario dei lavori per febbraio e marzo. Intanto, di certo c’è lo stop di qualche giorno dell’esame del ddl costituzionale sul Bicameralismo e Titolo V. In aula, infatti, non sono previste votazioni né esami di provvedimenti (ma solo interpellanze e interrogazioni), mentre la Commissione Lavoro è impegnata nell’esame del decreto applicativo sul Jobs Act dove, ad esempio, la minoranza dem non ha proprio la stessa visione della maggioranza renziana, anche per le sollecitazioni che arrivano dalla Camusso (Cgil) e da Landini (Fiom). Secondo gli spifferi di Intelligonews anche su questo capitolo, Renzi potrebbe aver bisogno di voti "trasversali", attingendo alle tre maggioranze variabili sulle quali ha "incardinato" il cammino della legislatura. MILLEPROROGHE CON FIDUCIA? Il Consiglio dei ministri ha dato il disco verde il 24 dicembre scorso (anche perché interveniva su alcuni termini in scadenza a fine 2014) . Il 5 gennaio la Camera lo ha assegnato alle Commissioni Affari Costituzionali e Bilancio (relatori il forzista Paolo Sisto e il dem Maino Marchi, rispettivamente presidente e membro delle due Commissioni).  Dovrà uscire da Montecitorio entro fine mese pena la sua decadenza (secondo le regole della decretazione di urgenza). Secondo gli spifferi di Intelligonews, le opposizioni potrebbero ricorrere agli emendamenti per modificarne alcuni aspetti. Vedremo se la maggioranza sarà in  grado di arrivare a una sintesi o se, invece come pare probabile, il governo ricorrerà alla fiducia. Sempre che il Colle non decida di attivare il fischio dell’arbitro, magari per fuori gioco.
autore / Lucia Bigozzi
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