Le parole della settimana: una su tutte, RIFORMA

04 gennaio 2014 ore 11:31, Paolo Pivetti
Le parole della settimana: una su tutte, RIFORMA
Una parola è sulla bocca di tutti in questo albeggiare di 2014, e svetta su tutte le altre che hanno popolato la settimana: è la parola riforma. Rimbalza come una pallina sui banchi del Parlamento, sconfina nei talk-show, è riproposta in mille flash dai quotidiani, è afferrata al volo dal Presidente della Repubblica e rilanciata nel suo annuale Messaggio agli Italiani: riforma istituzionale, riforma elettorale. Comunque, riforma. Col su verbo d’origine, riformare, è facile da capire, ancor più “facile da usare”. Chi rinuncerebbe a farne uso al giorno d’oggi? Chi può a fare a meno di definirsi, in qualche modo o in qualche misura, riformista? Parola storica tra le parole di successo, fu resa celebre ad assurse all’empìreo delle parole chiave della storia umana dopo che, il 31 ottobre 1517, Martin Lutero, frate agostiniano, ebbe affisso alle porte del Duomo di Wittenberg le sue 95 tesi sulle indulgenze e in generale sull’opera della Chiesa, da discutere pubblicamente. Sappiamo come andò: accusato di eresia e invitato a Roma per discolparsi, Lutero si sottrasse al giudizio dichiarando di non riconoscere più l’autorità della Sede romana, e imprimendo una svolta rivoluzionaria alla storia del Cristianesimo: la riforma divenne scisma protestante. Non ci fu soltanto una riforma protestante, ma anche, di conseguenza, una riforma cattolica, più nota come contro-riforma. Il mondo della Chiesa Cristiana, che nel pensiero unico benpensante è catalogato come conservatore, fu invece anticipatore: i cristiani combattevano e si dividevano sui temi della riforma della Chiesa a cavallo di quei secoli, il XVI e il XVII, nei quali il mondo politico e sociale, ben lungi dal pensare a riformarsi, consolidava un suo immobilismo attorno alle Monarchie Assolute che per molti anni avrebbero insanguinato l’Europa con le loro guerre. Ma tornando all’oggi e alla lingua d’oggi, riformare, con l’aggiunta di quel prefisso ri-, dal latino re-, al verbo formare, significa appunto formare di nuovo, modificare, ricostruire; insomma:  dare a una cosa una forma diversa ritenuta migliore. E già in latino troviamo il verbo reformare con identico significato. A dimostrare che l’idea e la pratica della riforma e del rinnovamento sono antiche, e certamente danno frutti migliori quando sono gestite da chi ha un senso profondo della Storia. Per intenderci: dai conservatori. Altre volte sarebbe poi successo nella storia, che altre riforme e altri scismi, seppure non religiosi.
autore / Paolo Pivetti
Paolo Pivetti
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