Vicenda Gugliotta, Tonelli (Sap): “Episodio increscioso ma dotiamo la Polizia di videocamere"

04 giugno 2014 ore 17:15, Lucia Bigozzi
Vicenda Gugliotta, Tonelli (Sap): “Episodio increscioso ma dotiamo la Polizia di videocamere'
Quattro anni. E’ la condanna inflitta dal Tribunale di Roma a nove poliziotti accusati di aver picchiato un giovane, Stefano Gugliotta, la sera della finale di Coppia Italia, nel 2010, nei pressi dell'Olimpico. Intelligonews ne ha parlato con Gianni Tonelli, segretario generale del Sap che rilancia la dotazione delle videocamere, “striglia” il ministro dell’Interno e lancia la sfida: “Pronti ad acquistare a spese nostre ventimila spy pen”…
Tonelli come commenta la vicenda? «Non conosco bene i fatti ma solo quanto è stato pubblicato dai giornali che, per quanto esaustivo, ha un’infinità di limiti sotto il profilo della verità anche perché verità storica e verità processuale sono due concetti molto diversi. Non ho problemi a dire che si tratta di un vicenda incresciosa per tutte le persone coinvolte, senza distinzione alcuna e non sto certo qui a fare il difensore d’ufficio ma voglio ribadire un concetto…». Quale? «La necessità, ormai urgente, di dotare tutti gli operatori di polizia di videocamere. E’ indispensabile, sia a garanzia dei cittadini che degli operatori. Trasformare un operatore di polizia in un imputato in un procedimento è una strategia di difesa molto usata da gente senza scrupoli. Ecco perché portiamo avanti con forza la nostra proposta, oltretutto basata su dati statistici seri derivanti dall’applicazione da tempo in atto negli Stati Uniti». Quali sono i risultati? «Il crollo verticale degli episodi di frizione o di incidenti tra operatori di polizia e cittadini. Ciò conferma che si tratta di strumenti estremamente efficaci, necessari anche da noi. Siccome riscontriamo che il sistema che difendiamo spesso ci avversa, è per questo motivo che chiediamo la presenza di un magistrato durante le manifestazioni di piazza e le videocamere in qualsiasi intervento delle forze dell’ordine. La logica non è certo quella dell’autotutela, al contrario: siamo noi a volerci mettere sotto una macchina ai raggi X». Da trent’anni in Polizia, oggi leader di uno dei maggiori sindacati di categoria. Lei cosa prova ogni volta che succedono fatti gravi che coinvolgono i suoi colleghi? «Certamente un grosso dispiacere. In senso astratto, è un evento negativo che coinvolge le istituzioni alle quali appartengo e certo di difendere sotto il profilo dell’onorabilità. La Polizia è fatta da brava gente e il fatto che ci siano strumentalizzazioni ideologiche o mediatiche messe in pista dal partito dell’anti-Polizia mi amareggia molto perché è la greppia nella quale pascolano certi gruppi o scuole di pensiero allergiche alle divise. Per questo vogliamo le telecamere, per un’operazione di massima trasparenza, ovviamente a 360 gradi». Sì, ma finora che risposta avete avuto dai vertici del Viminale? «La cosa che ci stupisce è che nel momento in cui in Italia si tira fuori un fotogramma, un filmato che serve ad accusare gli operatori della polizia viene adorato come una reliquia. Quando, invece, chiediamo di poter filmare ciò che accade intorno a noi, nascono i problemi. Non capiamo i motivi del ritardo. Adesso dovrebbe partire la sperimentazione». Di cosa si tratta? «La sperimentazione dovrebbe partire a luglio con 160 videocamere per i servizi di ordine pubblico istallate sulla pettorina degli operatori a Napoli, Roma, Milano e Torino. Per il momento è stato chiesto il parere delle Procure e anche qui esprimo grosse perplessità perché ci siamo trasformati in un paese di super-Common Law». Cosa intende dire? «Non può essere la Procura o un giudice a creare un precedente vincolante e ogni Procura non può avere una parere differente. Serve una legge unica e bisogna che il ministro Alfano e il governo si facciano carico dell’onere. Aggiungo che se siamo noi a chiedere il magistrato nelle piazze e le videocamere, vuol dire che in Italia c’è un problema, se qualcuno ancora non se ne fosse accorto. Mi auguro che sulle videocamere il ministro dell’Interno, spesso timido e tiepido salvo quando deve censurare il Sap, cerchi di dare il giusto impulso perché è la comunità che ha bisogno di sapere subito se gli operatori sono stati fedeli o infedeli servitori e, se ci sono responsabilità, quali sono perché un conto è la negligenza, un conto è la volontà. Questo vale per noi come per tutte le altre professioni: dai giornalisti, ai magistrati, ai chirurghi». Lei ha annunciato una campagna del Sap di autofinanziamento e sensibilizzazione tra la gente per l’acquisto delle spy pen. Ma cos’è, una sfida allo Stato ritardatario? «E’ un modo per rilanciare e se vogliamo per superare il blocco di resistenze ingiustificate. Faremo una campagna in tutt’Italia per fornire ai nostri ventimila iscritti spy pen, mini-videocamere per registrare ciò che accade attorno a loro». A spese vostre? «Sì e lanceremo una sottoscrizione pubblica tra i cittadini». Ma lo Stato allora dov’è? «E’ la stessa domanda che si sono fatti il 2 giugno i nostri Marò in videoconferenza. Ho provato un grande scoramento: noi servitori dello Stato siamo accomunati da un medesimo destino. Siamo noi a dover chiedere allo Stato di fare la sua parte. Questo è un Paese che pretende ma poi si dimentica subito, non frega niente a nessuno. Per questo, sentiamo la classe dirigente sempre più lontana: nessuno si alza a difenderci come avvenuto nel caso di Rimini. La verità sta per saltare fuori ma le istituzioni si sono rincorse a censurare una verità mai esistita, con la tv di Stato che per quattro giorni ha mandato in onda filmati tarocchi…».
autore / Lucia Bigozzi
Lucia Bigozzi
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