Eutanasia, una domanda su tutte: dov'è la dignità?

06 novembre 2014 ore 10:54, Americo Mascarucci
Eutanasia, una domanda su tutte: dov'è la dignità?
“Forse non è esigibile dalla Chiesa il cambiamento. Quello è che doveroso pretendere, invece, è che la politica non si lasci influenzare dalle presunte ingerenze vaticane ma che invece rispetti le volontà e il principio di autodeterminazione dei cittadini”. Mina Welby la moglie di Giorgio Welby il malato terminale diventato il simbolo della lotta per l’eutanasia, “aiutato a morire” dal proprio medico con l’interruzione del respiratore artificiale che lo teneva in vita, ha criticato le parole del Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, monsignor Ignacio Carrasco de Paula.
Quest’ultimo, commentando la decisione di Brittany Maynard la ventinovenne californiana che si è tolta la vita con la collaborazione dei medici per non dover affrontare l’agonia provocata da un tumore al cervello, ha contestato il principio secondo cui, suicidarsi per sfuggire al calvario di un male incurabile, significhi morire con dignità. Parole che hanno indignato la signora Welby, la quale pur professandosi cristiana, da anni sta portando avanti insieme ai Radicali una battaglia per l’introduzione dell’eutanasia in Italia in base al presupposto che ogni individuo debba essere lasciato libero di decidere della propria vita, senza essere costretto ad affrontare una sofferenza che non desidera, spesso prolungata con il ricorso all’accanimento terapeutico. Monsignor De Paula ha evidenziato come, sempre più spesso, l’eutanasia sia intesa come una scelta di pura convenienza economica da parte di quegli Stati che preferiscono “eliminare” il malato terminale per evitare che possa diventare un “costo” per il servizio sanitario nazionale. Per Mina Welby invece l’eutanasia altro non è che una scelta di coscienza che ogni soggetto deve essere lasciato libero di compiere. Senza voler necessariamente entrare in polemica né con la Welby né con la vedova Coscioni, ci sentiamo di condividere le parole di monsignor De Paula nel rifiutare l’idea che un suicidio perfettamente consapevole e volutamente praticato, sia una scelta di dignità. Non può esserci dignità in una decisione che, pur con tutte le giustificazioni del caso (a nessuno infatti piace dover soffrire), finisce con il ridurre la vita ad un “bene di consumo” limitandone il diritto all’esistenza esclusivamente in funzione della felicità. Un concetto questo che abbiamo ribadito più volte ma che purtroppo torna continuamente d’attualità di fronte al prevalere di una concezione sempre più relativistica della vita umana: una vita che non merita di nascere se il figlio che si porta in grembo rischia di risultare “imperfetto”; una vita che si può interrompere volontariamente nel momento in cui si ha la certezza di aver perso per sempre il diritto alla felicità a causa del manifestarsi di determinate condizioni, come appunto una grave malattia che costringe la persona alla sofferenza e ad una morte ormai imminente. Ciò che non può essere tollerato non è tanto il principio secondo cui possa esserci dignità nel suicidio, ma quello opposto e contrario che non vi sia dignità in un malato terminale costretto a vivere attaccato ad un respiratore o devastato fisicamente dai segni della malattia. La vita non è un oggetto che si può tranquillamente gettare via nel momento in cui non si può più vivere come si vorrebbe, cioè in perfetta salute. Una vita continua ad essere tale anche dietro un respiratore, soprattutto se in quella sofferenza si riscoprono valori essenziali come l’amore per il proprio caro e la solidarietà familiare, una solidarietà da rafforzare proprio nella cura e nell’assistenza al malato. Perché il rischio concreto è quello di assistere oltre all’eutanasia della vita anche all’eutanasia dei valori affettivi, laddove si arriva a preferire l’eliminazione del malato terminale per di non doversi sacrificare per lui e con lui. Un principio inaccettabile in una società dove la vita degli animali rischia di valere cento volte di più di quella di un essere umano, con il paradosso di invocare l’eutanasia per le persone, nel momento stesso in cui nessuno vorrebbe mai praticarla al proprio cane.
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